La Corte dei conti Ue ha rilevato che i fondi sono stati spesi dove era più facile intervenire

Quarantatré miliardi di euro. È la cifra che i paesi membri dell’Unione europea hanno pianificato di spendere con i fondi del Recovery and Resilience Facility per l’efficienza energetica degli edifici residenziali. Una montagna di denaro pubblico mobilitata con l’urgenza della pandemia e con l’ambizione di avviare una transizione energetica che partisse proprio dalle case. La Corte dei conti europea lo ha messo nero su bianco lo scorso 8 luglio, nel rapporto sull’efficienza energetica degli edifici residenziali: nel regolamento che disciplina il Recovery Fund la parola «ristrutturazioni profonde» non compare. Non è una svista lessicale. È il segnale di un’impostazione che ha privilegiato la facilità di spesa sull’impatto reale, e che rischia di lasciare la transizione energetica senza fondamenta. Ma senza quell’obbligo, dove sono finiti davvero i soldi?

Dove è più facile spendere

La logica era semplice, e proprio per questo sbagliata. I governi avevano fretta di spendere — i tempi del Recovery Fund lo imponevano — e hanno indirizzato i fondi dove era più agevole intervenire: caldaie a condensazione, infissi nuovi, cappotti termici parziali. Interventi utili, per carità, e in grado di generare un risparmio energetico misurabile. Ma non paragonabili a una ristrutturazione profonda, quella che rifà integralmente l’involucro di un edificio e ne abbatte i consumi in modo strutturale. «Abbiamo visto troppo spesso che i fondi del Recovery sono andati dove era più facile spenderli, non dove avrebbero fatto la differenza maggiore», ha dichiarato Nikolaos Milionis, membro della Corte dei conti europea, in un’intervista pubblicata nei giorni scorsi. La frase sintetizza il cuore del problema: senza un criterio di costo-efficacia che orienti la spesa, i soldi seguono il percorso di minor resistenza.

Già nel 2020 la stessa Corte dei conti aveva avvertito che il rapporto costo-efficacia non guidava la spesa europea per l’efficienza energetica negli edifici. Sei anni dopo, il meccanismo si è ripetuto su scala amplificata: più fondi disponibili, più fretta di spenderli, stessa assenza di priorità strategiche. Secondo Eurostat, nel 2023 gli edifici residenziali rappresentavano il 26% del consumo energetico dell’Unione — quasi un terzo di tutta l’energia che l’Europa brucia. Per invertire la rotta servirebbe un tasso di ristrutturazioni profonde ben superiore a quello registrato finora. Secondo la Commissione europea, nell’ottobre 2020 la media annua nell’UE era ferma allo 0,2%. Un edificio su cinquecento all’anno. Con questi ritmi, rinnovare l’intero parco immobiliare europeo richiederebbe secoli, non i venticinque anni che ci separano dalla scadenza della neutralità climatica.

I numeri che i governi hanno comunicato a Bruxelles raccontano una storia apparentemente rassicurante. Entro la fine del 2025, il risparmio energetico cumulativo dichiarato da tutti gli stati membri ha raggiunto 71,3 milioni di megawattora all’anno. Sembra tanto, e in termini assoluti lo è. Ma la Corte dei conti ha verificato che le misure selezionate «non miravano direttamente a ristrutturazioni profonde», come si legge nella replica della Commissione europea all’audit. Abbiamo speso 43 miliardi per interventi che hanno generato risparmi misurabili, ma senza aggredire il cuore del problema — quei milioni di edifici energivori costruiti prima degli anni Novanta che continueranno a consumare molto più del necessario per decenni. La sostanza del problema resta intatta.

Il cantiere aperto

Il paradosso ha conseguenze molto concrete per cittadini e imprese. I 43 miliardi del Recovery Fund sono stati spesi, in larga parte, per interventi che molti proprietari avrebbero probabilmente realizzato comunque — magari con tempi più lunghi e senza un contributo pubblico così generoso. Chi ha potuto accedere agli incentivi ha sostituito la caldaia o cambiato le finestre, ottenendo un beneficio immediato ma limitato. Le ristrutturazioni profonde — quelle che costano decine di migliaia di euro ad appartamento e richiedono decisioni condominiali complesse, valutazioni strutturali, progetti architettonici — sono rimaste ai margini. Il risultato è che la transizione energetica del patrimonio edilizio europeo è stata in buona parte dichiarata senza essere realmente avviata.

La partita ora si sposta sui prossimi strumenti finanziari: il Fondo sociale per il clima, i piani nazionali energia e clima aggiornati, le risorse del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. La lezione del Recovery Fund è nitida: senza un vincolo esplicito sulle ristrutturazioni profonde — obblighi di risultato, verifiche di costo-efficacia, non semplici target di spesa — i soldi pubblici continueranno a prendere la via più breve. E la via più breve, in edilizia, non porta dove serve arrivare. La transizione energetica ha bisogno di muri, non di numeri. Chi la finanzierà davvero, e con quali regole, è ancora tutto da scrivere.