Il programma CEIC ha coinvolto 1.550 lavoratori informali, senza però offrire loro contratti o tutele
La scorsa settimana, il programma Circular Economy Innovation Cluster ha rivendicato un risultato che ha il suono nitido delle cose ben fatte: 218 mila tonnellate di CO₂ equivalente all’anno di emissioni evitate, 52 imprese innovative sostenute, 312 stakeholder coinvolti e 144 collaborazioni facilitate tra Bengaluru e Nairobi. Ma dietro la potenza rassicurante di quelle cifre si cela una sproporzione che racconta più di qualsiasi comunicato: le due città generano oltre due milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno. Due milioni. Un oceano di plastica, organico e scarti industriali dentro il quale ogni chilo recuperato, ogni tonnellata di anidride carbonica non emessa, rischia di restare una goccia.
È il paradosso fondativo dell’economia circolare quando atterra nelle megalopoli del Sud globale. Il programma CEIC — promosso da Climate-KIC con l’obiettivo di creare ecosistemi di innovazione autosufficienti per prevenire i rifiuti attraverso modelli circolari — rivendica un impatto misurabile. E i numeri, presi uno per uno, sono solidi: cinquantadue piccole imprese nate dal basso, un tessuto di relazioni che non esisteva, un’attenzione esplicita alle comunità emarginate che vivono ai bordi delle discariche. Eppure la distanza tra quei 218 mila e quei due milioni è la misura esatta del problema: il potenziale di decarbonizzazione esiste, ma è intrappolato in una scala che non tiene il passo con la valanga di rifiuti che ogni giorno si abbatte sulle periferie di Nairobi e Bengaluru. Non è una critica al programma, è la fotografia del crinale su cui cammina chiunque provi a fare sul serio in questo settore.
Quei 1.550 invisibili
A guardare dentro le cifre, l’annuncio rivela il suo cuore fragile: più di 1.550 lavoratori informali dei rifiuti sono stati raggiunti dal programma CEIC. Il verbo «raggiunti» è scivoloso, va maneggiato con cautela. Perché dentro quella parola non c’è traccia di contratto, tutele o diritti. C’è l’inclusione in un circuito di attività — raccolta, selezione, rivendita — che resta largamente sommerso, governato da logiche che la formalizzazione economica non ha ancora scalfito. Di quei 1.550, nessuno ha smesso di essere un lavoratore informale. Nessuno ha visto il proprio reddito stabilizzarsi oltre la giornata. Quello che il programma ha fatto — ed è già molto — è stato riconoscere l’esistenza di questa forza lavoro invisibile, provare a incanalarla in una rete di micro-imprenditorialità, metterla in contatto con startup e piccole imprese che hanno bisogno di materia prima seconda.
È una forma di legittimazione indiretta, un passo avanti che però lascia intatta la precarietà strutturale di chi vive rovistando. Il paradosso si fa ancora più tagliente: Bengaluru e Nairobi generano oltre due milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, e senza quei lavoratori informali nessuna strategia circolare potrebbe funzionare. Sono loro a intercettare la plastica prima che finisca nelle fogne, a separare il vetro, a ripulire il metallo che tornerà nei forni di qualche micro-fonderia. Eppure restano fuori dal perimetro della protezione sociale, in bilico tra riconoscimento e sfruttamento. Il programma ha facilitato 144 collaborazioni, molte delle quali coinvolgono proprio i raccoglitori, ma la collaborazione non è un contratto di lavoro. La differenza tra «coinvolgere» e «stabilizzare» è la stessa che passa tra un progetto pilota e una politica pubblica.
E allora viene da chiedersi: quante delle 52 imprese sostenute da CEIC potranno sopravvivere senza continuare a poggiarsi su questa forza lavoro a costo zero? Qual è il confine tra beneficio per la comunità e dipendenza dalla sua marginalità? Il programma nasceva con l’intento dichiarato di beneficiare le comunità emarginate, e in parte ci è riuscito, ma la domanda vera è se abbia anche ridotto la marginalità o semplicemente l’abbia resa più produttiva. Non è una domanda retorica: è il punto su cui si misura la differenza tra un intervento filantropico e una trasformazione economica. E la risposta, al momento, assomiglia più a un «ni» che a un sì convinto.
Il prossimo giro di giostra
Ed è proprio su questo crinale che si inseriscono ANDE e la IKEA Foundation, con una mossa che arriva dopo la chiusura di CEIC e prova a spostare l’asticella. L’Aspen Network of Development Entrepreneurs ha annunciato un Fondo per l’Innovazione negli Investimenti in Rifiuti e Circolarità, pensato per aumentare il numero di imprese pronte a ricevere capitali nei settori della gestione dei rifiuti e dell’economia circolare in India e Kenya. Il fondo è il cuore della seconda fase di una partnership con la fondazione svedese, e l’obiettivo dichiarato è migliorare l’accesso ai finanziamenti per le imprese che operano in quei due Paesi.
L’intenzione è limpida: se il problema è la scala, servono soldi per far crescere le imprese. Ma la domanda che il programma CEIC ha lasciato aperta, e che ora ANDE si trova sul tavolo, è se quei soldi sapranno arrivare fin dentro le discariche. Perché il nodo dell’inclusione finanziaria non è solo questione di venture capital o di pipeline di investimento. È un problema di garanzie che i raccoglitori informali non possono offrire, di modelli di credito che non riconoscono flussi di cassa intermittenti, di un’architettura finanziaria disegnata per aziende che hanno bilanci e partite IVA, non per reti di micro-raccolta che funzionano a fiducia e contanti. Riusciranno a portare i soldi là dove servono davvero, o il Fondo per l’Innovazione finirà per finanziare l’anello più solido della catena — le startup formali, gli incubatori, i consulenti — lasciando ancora una volta fuori chi sta in fondo?
La transizione circolare non si misura solo in megatoni di CO₂, ma in quante persone restano fuori dal cerchio. E due milioni di tonnellate di rifiuti, anno dopo anno, sono lì a ricordarcelo.



