Il 55,3% delle misurazioni su pozzi e impianti italiani ha superato la soglia critica di metano

Basta guardare i numeri per capire che qualcosa non torna. Secondo il Global Methane Tracker 2026 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea), ogni anno nel mondo si perdono oltre 200 miliardi di metri cubi di gas che sarebbe potenzialmente vendibile, dispersi tra flaring, venting e perdite lungo la filiera. In Italia, la campagna 2025 di Legambiente ha trovato che il 55,3% delle misurazioni effettuate su pozzi e impianti superava la soglia di 10 parti per milione di metano. È gas che non arriva mai nelle nostre case, ma finisce in atmosfera e ce lo ritroviamo in bolletta: lo paghiamo come materia prima che non usiamo e lo ripaghiamo con i danni climatici che provoca.

Eppure, proprio mentre questi dati raccontano un’urgenza che tocca il portafoglio di tutti, lo scorso 26 giugno l’Italia ha scelto un’altra strada. Al Consiglio Energia dell’Unione Europea, insieme ad altri undici Stati membri — Austria, Belgio, Bulgaria, Cechia, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia — ha chiesto di rinviare di tre anni una parte sostanziale del regolamento europeo sulle emissioni di metano. Tre anni in più prima di dover rispettare obblighi che dovrebbero servire proprio a tappare quelle perdite.

Il gas che non arriva mai a casa

I 200 miliardi di metri cubi persi ogni anno non sono una cifra astratta: equivalgono a più del consumo annuo di gas dell’intera Unione Europea. Sono metri cubi che qualcuno ha estratto, trattato, compresso e trasportato, spendendo energia e denaro, per poi lasciarli andare in fumo — letteralmente, nel caso del flaring — o disperderli nell’atmosfera da valvole e giunzioni che perdono. Il costo di quelle inefficienze non resta sui bilanci delle compagnie: viene spalmato sulle bollette di famiglie e imprese.

In Italia il problema è sotto gli occhi — o meglio, sotto i rilevatori — di chi va a misurare. La campagna di Legambiente ha documentato che in più della metà dei siti controllati le concentrazioni di metano superavano la soglia critica. Non stiamo parlando di un guasto occasionale: è un difetto strutturale di una rete che invecchia e che nessuno ha fretta di mettere a norma. La richiesta italiana di rinviare gli obblighi europei arriva esattamente in questo contesto: sappiamo che le perdite ci sono, sappiamo che costano, ma chiediamo più tempo prima di intervenire. Cosa nasconde questa mossa? La risposta sta in un intreccio tra politica, scienza e conti che qualcuno preferirebbe rimandare.

Metano: il moltiplicatore climatico che non possiamo più ignorare

Il motivo per cui rimandare è un azzardo sta nella natura stessa del metano. Su un orizzonte di cento anni, il suo potenziale di riscaldamento globale è quasi trenta volte quello dell’anidride carbonica — per la precisione 29,88 volte, secondo i dati della Commissione europea. Ma è sull’arco di vent’anni che il numero diventa impressionante: 82,5 volte più potente della CO₂. Significa che ogni tonnellata di metano lasciata andare oggi riscalda il pianeta come 82 tonnellate di anidride carbonica nei prossimi due decenni. È un effetto immediato, che colpisce adesso, non tra un secolo.

Di fronte a questa evidenza, la politica europea sta andando in direzione opposta. Già a marzo 2025 la Commissione aveva redatto una raccomandazione per sospendere le sanzioni destinate agli importatori — obblighi in scadenza nel 2027, 2028 e 2029 — come rivelato da Clean Air Task Force. Non solo: la scorsa estate la stessa Commissione aveva inviato lettere di costituzione in mora all’Italia e ad altri otto paesi perché non avevano nemmeno nominato un’autorità competente responsabile del monitoraggio e dell’applicazione delle norme sul metano. Un regolamento approvato a giugno 2024 rischia così di restare lettera morta prima ancora di entrare in funzione. Con l’Europa che già tentenna, la richiesta italiana di tre anni di rinvio non fa che allargare la falla.

Il cortocircuito è evidente: abbiamo uno strumento pensato per ridurre le perdite e quindi abbassare le bollette — perché meno gas disperso significa meno gas da comprare — e invece di applicarlo ne rimandiamo l’efficacia. Intanto le perdite continuano, il clima si surriscalda e i costi restano lì. Quale peso resta ai cittadini? Quello di sempre: pagare il conto senza poter decidere.

Rinvio o resa? Il conto che arriverà a tutti

La richiesta italiana non è un’iniziativa isolata. Secondo IOGP Europe, l’associazione che rappresenta l’industria petrolifera e del gas, sono 17 gli Stati membri che hanno formalmente chiesto un rinvio di tre anni per i requisiti destinati agli importatori, sostenendo che l’attuazione del regolamento potrebbe mettere a rischio la sicurezza energetica europea. Un argomento che suona familiare: ogni volta che si tratta di regolare il settore fossile, si tira fuori la sicurezza degli approvvigionamenti. Peccato che il gas disperso non alimenti nessuna caldaia e non generi un kilowattora di elettricità: è solo uno spreco.

Sul fronte opposto, il WWF Italia ha già preso posizione prima del Consiglio Energia del 26 giugno, chiedendo al Governo italiano di sostenere la piena e rapida attuazione del regolamento approvato due anni fa. La partita è aperta e il risultato si rifletterà direttamente nelle nostre bollette e nell’aria che respiriamo. Perché ogni metro cubo che si perde è un costo che paghiamo due volte: una in bolletta e una in clima. Il rinvio delle regole sul metano non è solo una decisione tecnica da palazzi europei: è una scelta che incide sul nostro portafoglio e sul pianeta. Esserne consapevoli è il primo passo per pretendere un cambiamento.