L’analisi degli otoliti di un tonno marcato nel 2016 ha permesso di validare i modelli di crescita usati per le

Nei giorni scorsi, un palangaro galiziano ha issato a bordo un tonno obeso ricatturato nell’Atlantico equatoriale che portava ancora con sé un’etichetta impiantata nel 2016. Il pesce era stato marcato al largo di Capo Verde da un ricercatore di AZTI nell’ambito dell’Atlantic Ocean Tropical Tuna Tagging Programme (AOTTP), il programma ICCAT che in cinque anni ha marcato circa 120.000 tonni tropicali su tutto l’Atlantico, per lo più obesi, skipjack e pinne gialle. Dieci anni dopo, quel singolo esemplare è tornato a galla. Ma il suo valore non sta nella taglia né nella rarità della ricattura: sta nel dato di crescita che porta inciso negli otoliti, le strutture ossee dell’orecchio interno che registrano l’età del pesce con la stessa logica degli anelli di un tronco.

L’ago nel pagliaio: una ricattura fra 120.000 marcature

Centoventimila tonni marcati in cinque anni: è il contatore dell’AOTTP, uno dei più vasti programmi di marcatura mai condotti sui tonni tropicali atlantici. Ricatturare un esemplare dopo un decennio è un evento statisticamente raro — la mortalità naturale, la dispersione geografica e la pressione di pesca falciano la maggior parte dei pesci marcati molto prima che l’etichetta possa raccontare una storia utile. Qui la storia è lunga quasi dieci anni, e il racconto è scritto in un osso. L’analisi è condotta nell’ambito del progetto europeo ITUNNES (Improving Tropical tUNa kNowledge for End userS), cofinanziato dall’UE tramite il Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (EMFAF) e coordinato da AZTI sotto la supervisione dell’Agenzia esecutiva europea per il clima, le infrastrutture e l’ambiente (CINEA). L’obiettivo è trasformare un evento fortuito in un dato di calibrazione per i modelli che decidono le sorti dello stock.

La scatola nera della crescita: come 18 modelli dipendono da un unico tonno

Per capire perché un solo pesce conti tanto, bisogna aprire la scatola nera delle valutazioni di stock. Quando gli scienziati dell’ICCAT stimano lo stato di salute del tonno obeso atlantico, non misurano direttamente la popolazione — non possono. Costruiscono modelli matematici che proiettano la dinamica dello stock a partire da dati di cattura, sforzo di pesca e parametri biologici. Fra questi parametri, la curva di crescita è uno dei più influenti e al tempo stesso uno dei più incerti: stabilisce quanto velocemente un tonno raggiunge la taglia commerciale, a che età inizia a riprodursi, quanti esemplari sopravvivono abbastanza a lungo da contribuire alla generazione successiva.

La valutazione del 2025, condotta con dati di pesca aggiornati al 2023, ha combinato i risultati di 18 modelli di griglia di incertezza, ponderati in base alla loro probabilità statistica, per stimare lo stato attuale dello stock. Ognuno di quei 18 modelli incorpora un’ipotesi sulla crescita. Se l’ipotesi è sbagliata, il modello produce una diagnosi sbagliata, e la decisione politica che ne consegue rischia di essere tarata su una realtà che non esiste. È qui che entra in gioco il tonno ricatturato: il suo otolite fornisce un dato di età certo, associato a una lunghezza misurata in due momenti distinti separati da dieci anni — il gold standard per validare i metodi di stima della crescita applicati all’intera popolazione. Senza validazione, i 18 modelli della griglia restano 18 ipotesi plausibili ma non verificabili.

Dal modello alle quote: quel 49% di probabilità in bilico

Il costo di un parametro di crescita impreciso si traduce direttamente in quote di pesca. Già nel 2015, la valutazione ICCAT aveva concluso che lo stock di tonno obeso atlantico era sovrasfruttato e continuava a essere pescato a ritmi insostenibili. Eppure, il totale ammissibile di catture (TAC) scelto in quella sede offriva appena il 49% di probabilità di recupero dello stock entro il 2028. Meno di una moneta lanciata in aria. Dieci anni dopo, una validazione indipendente della crescita può restringere l’intervallo di incertezza dei modelli e, di conseguenza, modificare le probabilità stimate per i piani di recupero futuri.

Il dato ha già prodotto una ricaduta concreta: il sottogruppo intersessionale sui tonni tropicali (ISSG), attingendo all’esperienza di progetti come ITUNNES, ha raccomandato di istituire un programma di campionamento biologico coordinato e a bassa intensità nell’ambito del prossimo quadro dell’UE per la raccolta di dati (DCF). Non si tratta di moltiplicare le marcature — operazione costosa e logisticamente complessa — ma di garantire che quando un pesce marcato viene ricatturato, le informazioni biologiche vengano raccolte in modo sistematico e standardizzato. Perché ogni ricattura è un punto di ancoraggio per modelli che, senza validazione, restano esercizi statistici sospesi nel vuoto.

Un’etichetta, un arco di dieci anni, un dato di crescita. È così che si ricostruisce la fiducia in una filiera dove la posta in gioco non è il singolo pesce, ma la capacità di sapere quanti ce ne sono davvero.