La scomparsa del ghiaccio equatoriale indonesiano è prevista entro il 2030, mentre l’oceano si riscalda e si acidifica senza precedenti

A 4.884 metri di quota, sulla vetta del Puncak Jaya, nella provincia indonesiana di Papua, resiste quello che un tempo era un ghiacciaio equatoriale. Oggi ne resta un frammento: appena il 2% della superficie che occupava nel 1988. La stima arriva dal rapporto sullo stato del clima nel Pacifico sud-occidentale diffuso dalla World Meteorological Organization nei giorni scorsi, e la proiezione è netta: potrebbe non superare il 2026.

Il ghiacciaio che non esiste più

Siamo di fronte a un collasso misurato, silenzioso, ma con una data di scadenza. Il ghiacciaio Carstensz e l’East Northwall Firn — gli ultimi due corpi glaciali tropicali dell’Indonesia — dovrebbero scomparire del tutto entro il 2030, secondo i glaciologi del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University. Un’estinzione geologica in diretta, che chiude una storia iniziata migliaia di anni fa a latitudini dove il ghiaccio, per definizione, non dovrebbe esistere.

Il meccanismo è termodinamica elementare: temperature dell’aria in aumento costante a quelle altitudini, abbinate a un albedo che si riduce man mano che la superficie glaciale si ritira, accelerando l’assorbimento di radiazione solare. È un feedback positivo che non lascia scampo. Ma non è solo il ghiaccio a sparire: l’intero oceano sta cambiando chimica e temperatura.

Un oceano febbricitante

Dalla montagna all’abisso marino, il surriscaldamento globale stringe la regione in una morsa. Il 2025 è stato il secondo anno più caldo mai registrato nel Pacifico sud-occidentale, e quasi l’intera area ha toccato valori record di pH superficiale — il più basso mai misurato, segnale di un’acidificazione che avanza senza sosta.

I numeri raccolti dalla WMO raccontano una tendenza che non concede pause. Tra il 1999 e il 2025, il livello del mare nella regione è salito a un tasso medio di 3,7 millimetri all’anno, con un margine di incertezza di appena 0,03 mm. Può sembrare poco, ma accumulato su 26 anni fa oltre 9 centimetri — e la pendenza della curva sta aumentando.

Il 2024 aveva già messo a segno dati che facevano riflettere: temperature della superficie del mare ai massimi storici, contenuto di calore oceanico quasi da primato assoluto, e ondate di calore marine che hanno interessato più del 10% dell’oceano globale, come documentato nel rapporto WMO State of the Climate 2024. Un anno dopo, nel 2025, la copertura delle ondate di calore marine è stata la più estesa mai registrata in un anno senza El Niño, a dimostrazione che il riscaldamento di fondo ha ormai superato la variabilità naturale del sistema.

Poi c’è stato il ciclone tropicale Senyar. Lo scorso 26 novembre 2025, un evento raro per intensità e traiettoria ha colpito Indonesia e Malesia, uccidendo più di 1.200 persone. I cicloni tropicali così vicini all’equatore sono insoliti — l’effetto Coriolis è troppo debole per organizzare la rotazione — ma con temperature superficiali del mare superiori alla media, l’energia disponibile per la convezione profonda aumenta, e i vincoli dinamici saltano. Il Senyar è stato il prodotto diretto di un oceano febbricitante.

Un altro indicatore che misura la febbre del sistema è l’acidificazione. Nel 2025 quasi tutta la regione ha registrato valori di pH superficiale mai così bassi. L’oceano assorbe circa un quarto della CO₂ antropogenica, e reagisce formando acido carbonico: la chimica è nota, ma la velocità con cui il pH sta calando nelle acque del Pacifico sud-occidentale sta superando le proiezioni modellistiche di qualche anno fa. Per gli organismi calcificanti — coralli, molluschi, foraminiferi planctonici — significa carbonato di calcio che si dissolve più facilmente e scheletri più faticosi da costruire. La conferma è arrivata dai reef australiani: lo scorso anno lo sbiancamento ha colpito simultaneamente i sistemi di barriera corallina orientali e occidentali dell’Australia nella stessa stagione, un evento senza precedenti nella storia documentata.

Quando il mare ti inghiotte

I numeri dell’oceano si traducono in conseguenze tangibili per chi vive sulle coste e sulle isole. Prendete Tuvalu: lo scorso aprile, i dati delle Nazioni Unite hanno certificato che il livello del mare in questa nazione insulare è salito di 21 centimetri in trent’anni — quasi il doppio della media globale. In un atollo dove l’altitudine massima è di pochi metri sopra il livello del mare, 21 centimetri sono la differenza tra una casa allagata e una ancora abitabile, tra una falda dolce intatta e una contaminata dal sale. Non è una proieione modellistica: è una misura fisica, ripetuta, raccolta anno dopo anno.

Per le comunità del Pacifico, la scienza non è astrazione: è l’acqua che sale, il pesce che scarseggia, la terra che si restringe. Il 2025 è stato un anno di record su quasi tutti i fronti — temperature, pH, eventi estremi — ma il 2026 ha già in archivio la probabile scomparsa dell’ultimo ghiacciaio equatoriale indonesiano. E con un oceano che continua ad accumulare calore a ritmi sostenuti, la domanda non è se ci saranno altri record, ma con quale frequenza e intensità si presenteranno.