Il sorpasso è dovuto al riscaldamento più rapido delle medie latitudini, quasi doppio rispetto ai tropici

49% contro 33%. Non è il punteggio di una partita, ma la nuova geografia delle estinzioni locali causate dal clima. Uno studio pubblicato a giugno su Nature Climate Change ha analizzato 5.151 specie animali e vegetali in 39.157 siti in tutto il mondo, scoprendo che le specie delle regioni temperate stanno scomparendo dai loro habitat con una frequenza significativamente superiore a quelle tropicali. Fino a pochi anni fa, il rapporto era esattamente capovolto.

Il sorpasso temperato

I numeri sono netti. Tra le specie esaminate, il 49% di quelle che vivono alle medie latitudini ha già subito almeno un’estinzione locale legata al riscaldamento, contro il 33% di quelle tropicali. Sedici punti percentuali di differenza, che rovesciano una gerarchia del rischio data per acquisita da decenni.

Lo studio non si limita a contare le perdite. Mostra anche che le probabilità di estinzione nelle regioni temperate aumentano in modo significativo all’aumentare del riscaldamento recente: più il termometro sale, più specie scompaiono. E le specie temperate, scrivono i ricercatori, mostrano una tendenza generale verso una sensibilità al riscaldamento più elevata del previsto. In altre parole, bastano aumenti di temperatura più contenuti per spingerle oltre il punto di non ritorno, rispetto a quanto si immaginasse.

La fine di un dogma

Per capire la portata del ribaltamento bisogna tornare indietro di qualche anno. Già nel 2008, uno studio firmato da Deutsch e colleghi aveva stabilito un principio che sembrava solido: le specie tropicali sono più vulnerabili al riscaldamento climatico perché vivono entro margini termici molto stretti, già vicini al loro optimum. Otto anni dopo, nel 2016, un’altra ricerca su 976 specie aveva confermato quella fotografia: le estinzioni locali colpivano il 55% delle specie tropicali contro il 39% di quelle temperate, come documentato sulla rivista PLOS Biology. Allora il 47% delle specie complessive aveva già subito estinzioni locali.

Oggi quella proporzione si è ribaltata. Non perché i tropici si siano raffreddati — continuano a scaldarsi — ma perché le regioni temperate si sono scaldate molto più in fretta, erodendo il margine di sicurezza che si pensava avessero.

La minaccia dietro casa

La spiegazione del sorpasso sta in un dato fisico, non biologico. Negli ultimi 25 anni, l’aumento di temperatura nelle regioni temperate è stato quasi il doppio di quello registrato nella fascia tropicale: circa 3,3°C contro circa 1,8°C. I numeri arrivano dall’analisi condotta dall’Università dell’Arizona, che ha accompagnato la pubblicazione su Nature Climate Change. Il riscaldamento accelerato alle medie latitudini ha compresso i tempi di adattamento, e le specie non sono riuscite a tenere il passo.

C’è un secondo elemento che aggrava il quadro. Più del 70% delle specie analizzate non si sta spostando verso aree più fresche, nonostante l’aumento delle temperature. La migrazione verso nord o verso quote più elevate — la risposta adattativa più ovvia — semplicemente non sta avvenendo per la grande maggioranza degli organismi studiati. Restano dove sono, mentre l’ambiente intorno a loro cambia a una velocità che non possono sostenere.

Per decenni, la comunità scientifica ha considerato le specie tropicali come le più esposte al rischio climatico, proprio per la loro ridotta tolleranza termica. I nuovi dati rovesciano questa gerarchia, ma non cancellano la vulnerabilità tropicale: la allargano. Ora sappiamo che anche le specie delle nostre latitudini — quelle che vivono negli ecosistemi che ci sono più familiari, dall’Europa meridionale al Nord America — stanno affrontando una pressione che fino a ieri sembrava remota. Il termometro delle estinzioni ora segna le medie latitudini. La velocità del riscaldamento temperato nei prossimi anni ci dirà quanto sarà amaro il conto.