Negli ultimi quattro anni il caldo ha ucciso oltre 200.000 persone in Europa, secondo l’Oms

Hai appena accompagnato tua madre dal medico di base. Niente di grave, un controllo programmato da tempo, ma fuori dall’ambulatorio il termometro segna 38 gradi e l’asfalto sembra sul punto di sciogliersi. Lei si appoggia al tuo braccio, fa una smorfia, ti dice che quest’anno il caldo le toglie il fiato più del solito. Non siete i soli. In mezza Europa, e non solo, migliaia di famiglie stanno vivendo la stessa scena, la stessa ansia silenziosa che si insinua tra una finestra aperta male e un condizionatore che non c’è. Negli stessi giorni, dall’altra parte dell’Atlantico, una stima dei funzionari del New Jersey conteggiava 29 morti legate al calore in una sola settimana. La domanda che resta sospesa è una sola: perché, nonostante gli allarmi, si muore ancora così tanto?

L’ondata di caldo che non fa rumore

Il caldo estremo è un killer discreto. Non ha la spettacolarità di un terremoto o la furia di un’alluvione: arriva senza preavviso, si insinua nelle case, colpisce i corpi più fragili e se ne va lasciando dietro di sé un bollettino di vittime che nessuno leggerà in prima pagina. La scorsa settimana il New Jersey, da solo, ha stimato 29 decessi riconducibili alle temperature roventi. Nel frattempo l’Europa stava ancora metabolizzando i numeri dell’ultima ondata, quella di fine giugno, che ha investito l’ovest del continente con un’intensità record. Eppure, ogni volta, la sensazione è che si tratti di qualcosa di inevitabile, quasi stagionale, contro cui ci si può fare poco. Ma è proprio questa rassegnazione il primo nemico da battere.

I numeri dietro l’afa

Da quella domanda nasce la necessità di guardare i dati. E i dati sono impietosi. L’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un allarme inequivocabile: negli ultimi quattro anni il caldo ha ucciso oltre 200.000 persone nei paesi dell’Unione europea e associati. Duecentomila. Un numero che equivale alla popolazione di una città di medie dimensioni, cancellata da un nemico che conosciamo ma che trattiamo come un ospite sgradito ma tollerato. La parte più amara di questa fotografia è che, stando sempre all’Oms, la maggior parte di quelle morti era completamente prevenibile.

L’ondata di fine giugno 2026 ha reso tutto più concreto. In una sola settimana 27 paesi europei hanno registrato oltre 10.000 decessi in eccesso, di cui più di 9.000 riguardavano persone con almeno 65 anni. Il Belgio, in particolare, ha segnato la mortalità in eccesso più alta mai osservata durante un’ondata di caldo da quando esistono rilevazioni, cioè dal 2000. Non è un caso isolato né una fatalità: secondo uno studio dell’Imperial College di Londra, il 42% dei 2.700 decessi legati al caldo registrati in Inghilterra e Galles durante le ondate di maggio e giugno 2026 è direttamente attribuibile al riscaldamento globale. In altre parole, quasi una vittima su due è morta per il calore aggiuntivo che noi stessi abbiamo contribuito a generare. Eppure, c’è chi si attrezza. Cosa possiamo imparare?

Prevenire si può (e conviene)

Se la maggior parte delle morti era completamente prevenibile, allora abbiamo margini di azione enormi. Il punto non è trasformare ogni casa in un frigorifero o scappare al mare appena il termometro sale: la prevenzione passa da gesti semplici, spesso gratuiti, che però vanno messi in pratica prima che l’emergenza diventi tale. Bere acqua a sufficienza anche quando non si ha sete, chiudere le persiane nelle ore più calde, cercare luoghi climatizzati per le persone anziane o con patologie croniche, non uscire tra le 11 e le 18 quando le temperature sono al picco. Accorgimenti che possono sembrare banali, ma che fanno la differenza tra la vita e un colpo di calore.

Certo, non tutti hanno le stesse possibilità. Un pensionato che vive solo in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina senza ascensore né aria condizionata non può cavarsela solo con un bicchiere d’acqua. Qui entrano in gioco le istituzioni e i piani di emergenza caldo, che molti comuni hanno già attivato dopo la tragica ondata del 2003 ma che, evidentemente, non bastano ancora. L’Oms lo ha detto chiaro: nonostante le protezioni messe in campo dopo quell’estate, l’ondata del giugno 2026 ha di nuovo superato quota 10.000 morti in eccesso. Significa che c’è ancora moltissimo da fare, a partire dal rafforzamento dei sistemi di allerta e dalla creazione di punti di ristoro climatizzati accessibili a chiunque, senza bisogno di permessi o prenotazioni.

La buona notizia è che siamo in tempo. La prossima ondata di caldo non ti coglierà impreparato: saprai cosa fare per te e per chi ti sta intorno. E se ciascuno di noi, oltre a proteggersi, controllerà quel vicino anziano che da due giorni non si vede in cortile, avremo già compiuto il primo passo per svuotare quei bollettini di vittime che ogni estate torna a riempirsi. Non servono gesti eroici. Basta non dimenticare che il caldo, quando uccide, lo fa quasi sempre in silenzio. E contro il silenzio, la prima arma è sapere.