L’iniziativa coinvolge ventidue città tra Africa, America Latina e Asia

Ogni mattina, prima che la città si svegli, migliaia di persone rovistano tra i rifiuti della discarica di Olusosun a Lagos. È un lavoro invisibile che tiene in piedi il riciclo locale, ma che nessuno vuole vedere. Mentre Lagos si prepara a chiudere le sue discariche, altre città africane stanno prendendo impegni concreti per affrontare il problema del metano dai rifiuti, come dimostra il recente annuncio del portafoglio LOW-Methane di Accra. Secondo un report di RMI, i raccoglitori informali di Olusosun selezionano materiali riciclabili dai rifiuti misti e svolgono un ruolo vitale nel riciclaggio locale: includerli intenzionalmente nel sistema formale di gestione dei rifiuti è essenziale per la transizione.

L’alba dei raccoglitori

Quello che succede a Olusosun non è un’eccezione. In molte città africane, il riciclo è ancora in gran parte informale: persone che raccolgono plastica, metalli e carta per rivenderli a intermediari, senza tutele, senza riconoscimento. A Lagos, il sito di Olusosun è uno dei più grandi del continente e impiega migliaia di persone, molte delle quali vivono dentro o vicino alla discarica. Ogni giorno separano materiali riutilizzabili da un flusso di rifiuti misti, facendo gratis un servizio che altrove costerebbe decine di euro a tonnellata. E lo fanno con una conoscenza pratica che nessun algoritmo può sostituire.

Il problema è che, quando le amministrazioni decidono di chiudere le discariche e modernizzare i sistemi di raccolta, queste persone rischiano di perdere l’unica fonte di reddito, mentre il nuovo sistema fatica a replicare l’efficienza del vecchio. La domanda, quindi, non è se ridurre le emissioni di metano sia giusto – lo è, e i dati lo dimostrano – ma chi lo farà davvero sul campo.

Obiettivi ambiziosi per un’aria più pulita

Le promesse delle città africane non sono solo parole. Accra, la capitale del Ghana, ha appena lanciato un portafoglio di interventi che fissa paletti precisi: ridurre la produzione di metano dalle discariche di almeno il 30% entro il 2030, raggiungere il 50% di raccolta differenziata dei rifiuti organici entro la stessa data e costruire un sistema decentralizzato per gestire il 30% dei rifiuti organici entro il 2040. A regime, nel 2040, questi obiettivi dovrebbero tradursi in 13.500 tonnellate di metano in meno ogni anno. Per dare un’idea, è come eliminare le emissioni annue di circa 75.000 automobili.

Non è un caso isolato. Secondo i dati diffusi da C40, ventidue città in Africa, America Latina e Asia sono sulla buona strada per eliminare 1,2 milioni di tonnellate di metano tra il 2024 e il 2030, semplicemente migliorando la gestione dei rifiuti organici. Città pioniere come Rio de Janeiro, Buenos Aires e la stessa Accra si sono impegnate a trattare almeno il 30% dei rifiuti organici con metodi che riducono le emissioni, tagliando di un terzo anche le emissioni legate allo smaltimento.

A dicembre 2023, durante la COP28, è stata lanciata l’iniziativa LOW-Methane, che punta a ottenere almeno un milione di tonnellate di riduzioni annuali di metano dal settore dei rifiuti ben prima del 2030. I primi governi ad aderire sono stati Cile, Repubblica Dominicana, Nigeria e Indonesia, con giurisdizioni pilota che includono Lagos, Rio de Janeiro e Santiago. Lagos, in particolare, è un caso emblematico: la stessa città che ospita la discarica di Olusosun è ora chiamata a guidare la svolta.

Cosa significa, in pratica, per un cittadino di Accra o di Lagos? Significa che nei prossimi anni vedrà cambiare il modo in cui i rifiuti vengono raccolti sotto casa. La raccolta differenziata dell’organico – scarti di cucina, avanzi di cibo – non sarà più un optional, ma un servizio strutturato, con bidoni dedicati e forse anche una tariffa puntuale che premia chi produce meno rifiuti. Significa anche che gli attuali cassonetti stracolmi di rifiuti misti potrebbero essere sostituiti da contenitori separati, riducendo gli odori e il proliferare di insetti. Per le imprese, invece, si aprono spazi inediti: gestire centri di compostaggio, fornire attrezzature per la raccolta, sviluppare app per il tracciamento dei rifiuti. Il tutto con un orizzonte chiaro di investimento, perché gli obiettivi sono vincolanti e i fondi internazionali stanno arrivando.

Oltre i numeri: l’inclusione come chiave

I numeri sono impressionanti, ma dietro ogni tonnellata di metano ridotta ci sono persone. E qui si gioca la partita vera. I raccoglitori informali che oggi lavorano a Olusosun non sono un intralcio da rimuovere, ma la leva più concreta per raggiungere quegli obiettivi. L’esperienza di Lagos, documentata da RMI, dimostra che includerli formalmente significa aumentare la capacità di intercettare materiali riciclabili e ridurre la quantità di rifiuti che finisce in discarica, con un impatto diretto sulle emissioni di metano. Perché il metano si forma proprio quando i rifiuti organici si decompongono senza ossigeno, dentro le discariche: se qualcuno separa l’organico a monte, il problema si riduce a monte.

Dal punto di vista di un imprenditore locale o di un amministratore pubblico, questo significa che investire in un sistema formale che integri i raccoglitori non è solo un atto di giustizia sociale, ma una strategia di efficienza operativa. Invece di costruire costosi impianti di separazione meccanica, si può contare su una forza lavoro già formata, a cui vanno dati contratti regolari, dispositivi di protezione e un salario dignitoso. A conti fatti, costa meno che affrontare le emergenze sanitarie o bonificare discariche fuori controllo.

La transizione ecologica, insomma, parte dal riconoscere chi già fa la differenza. Non bastano i target e gli impegni internazionali: servono politiche locali che trasformino i raccoglitori informali in operatori ecologici riconosciuti, con tanto di tesserino e copertura assicurativa. Solo così la riduzione del metano non resterà un bel numero su un rapporto, ma diventerà un pezzo di economia circolare che funziona ogni giorno, nei vicoli di Accra e tra i cumuli di Olusosun.

La vera domanda non è se le città africane ce la faranno, ma se avranno il coraggio di guardare in faccia chi già sta facendo il lavoro sporco e dargli le chiavi del cambiamento. Perché se l’aria diventa più pulita ma migliaia di persone restano senza reddito, avremo solo spostato il problema da una parte all’altra. E di problemi, le periferie di Lagos ne hanno già abbastanza.