L’accordo con Optimus Energy Solutions punta a coprire le aree del Paese meno servite

Oltre 1.000 colonnine fast al mese: è il ritmo a cui gli Stati Uniti stanno costruendo la rete di ricarica. Ma il Sud-est resta un mosaico di iniziative private, e la nuova mossa di ChargePoint, annunciata la scorsa settimana con un accordo esclusivo ChargePoint-Optimus, punta a riempire quei tasselli mancanti. L’azienda sarà il fornitore esclusivo di hardware, software e servizi per supportare la rete di ricarica di Optimus Energy Solutions, che agirà come proprietario e operatore dei siti. L’intesa prevede oltre 200 nuove porte di ricarica pubbliche, concentrate nei mercati ad alta domanda del versante orientale del Paese, in particolare presso ristoranti fast food e centri commerciali.

Un boom da 71.000 colonnine (e dove non arriva)

Quel ritmo di installazione non è uniforme. I dati sulle colonnine fast DC pubbliche parlano chiaro: gli stalli di ricarica rapida hanno superato quota 71.000 e crescono di oltre 1.000 unità al mese. Un’espansione che però segue le direttrici del traffico e della densità abitativa, lasciando scoperte ampie porzioni del Sud-est. In quelle aree la rete è ancora affidata a operatori locali e a una copertura intermittente, che rende meno prevedibile un viaggio elettrico di media o lunga distanza.

Il mercato nazionale, nel frattempo, si sta strutturando attorno a pochi grandi operatori. ChargePoint, nel primo trimestre del 2026, contava 4.591 porte di ricarica rapida DC negli Stati Uniti, il quarto dato per dimensione della rete. Una presenza inferiore a quella di altri player, ma posizionata su snodi commerciali e ora in cerca di un’accelerazione proprio dove i concorrenti sono meno radicati. La scelta di affidarsi a un partner radicato nel territorio come Optimus Energy Solutions non è casuale.

Il quarto giocatore e la carta della partnership

Se la rete nazionale cresce a ritmi record, per ChargePoint la sfida è scalare posizioni senza replicare la strategia dei giganti del settore. L’azienda ha scelto la via delle partnership locali, e l’accordo con Optimus ne è l’esempio più recente. Optimus è un operatore del Sud-est che offre soluzioni di ricarica commerciale dalla progettazione alla manutenzione, e che in questa intesa non si limita a installare le colonnine: diventa proprietario e gestore dei siti, mentre ChargePoint fornisce l’infrastruttura tecnologica. Una divisione dei ruoli che permette a ChargePoint di espandere la rete senza sostenere l’intero costo dell’operazione immobiliare e gestionale.

La posta in gioco si legge anche nei conti. I risultati finanziari FY2026 mostrano un fatturato di 109,3 milioni di dollari nel quarto trimestre, in crescita del 7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un progresso moderato, che suggerisce come la redditività non possa arrivare solo dalla vendita di hardware, ma debba passare da servizi, software e da una presenza capillare. Le 200 nuove porte annunciate non spostano da sole gli equilibri di un mercato che aggiunge oltre 1.000 stalli al mese. Ma sono un segnale di metodo: ChargePoint investe dove la densità di colonnine è più bassa, scegliendo luoghi ad alta frequentazione – fast food, centri commerciali – che garantiscono un utilizzo frequente e abbattono i tempi morti della ricarica.

Il prossimo numero da controllare

Per capire se la strategia funziona, non servono annunci: basta guardare un dato. Alla fine del 2026, il contatore delle porte DC di ChargePoint dirà se l’espansione nel Sud-est ha modificato la traiettoria dell’azienda nel ranking nazionale. Il mercato si muove veloce, e il termometro della competizione resta il numero effettivo di punti di ricarica operativi, non gli impegni annunciati.

Nel 2027, la domanda non sarà più quante colonnine esistono, ma chi controlla i nodi strategici. Per ChargePoint, il Sud-est è il primo test.