Il 2026 segna il primo arretramento dopo anni di graduale allineamento tra quote di pesca e raccomandazioni scientifiche
Il prezzo del pesce sale: non è solo il mercato
I freddi dati economici pubblicati dal Regno Unito dicono che le opportunità di pesca per il 2026 sono calate di 135.000 tonnellate rispetto all’anno precedente. In termini di valore, parliamo di una riduzione di 136 milioni di sterline. Tradotto: meno merluzzo, meno eglefino, meno sgombro in circolazione. Quando l’offerta si contrae, i prezzi salgono — è la legge della domanda e dell’offerta, non serve un economista per capirlo. Ma dietro quella contrazione non c’è solo la volontà di tutelare gli stock ittici. C’è un meccanismo più opaco, che riguarda come vengono decisi quei limiti. Perché se da un lato ridurre le quote può essere una scelta di prudenza, dall’altro la domanda sorge spontanea: stiamo tagliando dove serve davvero, o stiamo navigando a vista?
La risposta va cercata oltre la Manica, nelle stanze dove ogni anno i funzionari siedono al tavolo con l’Unione Europea e i paesi nordici per spartirsi i Totali Ammissibili di Cattura, i cosiddetti TAC. Quei numeri dovrebbero essere la fotografia di ciò che la scienza consiglia per mantenere le popolazioni ittiche in salute. Dovrebbero.
La scienza dimenticata: 6 limiti su 10 fissati sopra i pareri
Per qualche anno era andata bene. C’era stato un trend incoraggiante: il numero di TAC allineati ai pareri scientifici del Consiglio Internazionale per l’Esplorazione del Mare (ICES) era cresciuto costantemente dal 2021 in poi. Tra il 2023 e il 2024, quattro TAC in più erano stati giudicati in linea con le raccomandazioni degli scienziati — un miglioramento graduale ma tangibile, certificato dalla valutazione della sostenibilità 2024. Nel 2025, la percentuale si era stabilizzata: 36 TAC su 79, il 46% del totale, erano coerenti con il parere ICES, come documentato dalla valutazione della sostenibilità 2025.
Poi è arrivato il 2026. E la rotta si è spezzata. Dei 79 TAC di base, soltanto 31 — il 39% — sono stati considerati in linea con il parere scientifico. Due non sono stati nemmeno valutabili, mentre 46, quasi sei su dieci, hanno fallito il test. È il primo calo da quando questo monitoraggio esiste, e non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. Significa che per la prima volta dopo anni di lenti progressi, i negoziatori hanno deciso di ignorare la scienza più spesso di quanto facessero prima. O forse, più semplicemente, hanno privilegiato altri interessi.
Il meccanismo si fa ancora più rivelatore quando si guarda al tipo di parere scientifico che viene disatteso. I TAC basati sul rendimento massimo sostenibile (MSY) — il livello di pesca che teoricamente permette di prelevare senza impoverire lo stock — sono stati rispettati nel 47% dei casi: 28 su 59. Ma per i TAC governati dal cosiddetto “approccio precauzionale” (PA), quelli cioè dove i dati sono più incerti e la cautela dovrebbe essere massima, la percentuale crolla al 15%: appena 3 su 20 sono stati fissati in linea con le raccomandazioni. È come se, proprio quando la bussola suggerisce di rallentare, si premesse invece sull’acceleratore.
Un esempio concreto? Lo spurdog, il gattuccio spinoso che nei mercati del Nord Europa finisce spesso nei fish and chips. Il suo TAC è stato valutato come fallito perché non esiste un accordo di ripartizione internazionale e le catture complessive di tutti i paesi hanno già superato il limite consigliato dall’ICES. In pratica, non sappiamo nemmeno con precisione quanto ne stiamo pescando, ma andiamo avanti lo stesso.
Al banco del pesce con la testa: cosa scegliere oggi
Davanti a uno scenario del genere, viene da chiedersi: ma noi, che il pesce lo compriamo al mercato o al supermercato, possiamo fare qualcosa oltre a subire i prezzi? La risposta è sì, anche se richiede un minimo di consapevolezza. Il gesto quotidiano di scegliere una specie invece di un’altra è l’unico voto che conta davvero, quello col portafoglio.
Il punto di partenza è sapere quali specie sono più sotto pressione. Lo spurdog che abbiamo appena citato è un campanello d’allarme: quando un TAC viene dichiarato fallito per assenza di controlli, significa che stiamo comprando un pesce che potrebbe non esserci più domani. Al contrario, specie con piani di gestione solidi e certificazioni riconosciute — pensiamo al Marchio Blu del Marine Stewardship Council o alle indicazioni dell’etichetta “pesca sostenibile” della grande distribuzione — offrono una garanzia che il limite scientifico, almeno in parte, è stato rispettato. Non è una soluzione perfetta, ma è un filtro che funziona.
Certo, informarsi mentre si fa la spesa non è immediato. Però bastano pochi accorgimenti: leggere l’etichetta (che per legge deve riportare la zona di cattura e il metodo di pesca), preferire il pesce locale di stagione, diffidare delle offerte troppo convenienti su specie notoriamente a rischio. Non serve una rivoluzione: basta ricordarsi che ogni volta che apriamo il portafoglio, votiamo per il mare che vogliamo. E se quel voto lo diamo a un prodotto certificato, stiamo dicendo ai decisori politici che la scienza non è un optional.




