Il fondo sovrano saudita ora controlla l’80% di Olam Agri, colosso nato in Nigeria

L’Africa spende ogni anno tra 70 e 100 miliardi di dollari per riempire i piatti dei propri cittadini con cibo arrivato da fuori, secondo i dati delle Nazioni Unite. Un’emorragia di valuta che non accenna a fermarsi, anzi. E mentre i governi africani continuano a firmare piani di sviluppo agricolo, lo scorso marzo ad Accra si è acceso un nuovo pastificio industriale: 40 milioni di dollari di investimento, tecnologia all’avanguardia, il primo del suo genere in Ghana. Un’infrastruttura che dovrebbe rappresentare un passo verso l’autonomia alimentare, se non fosse che dietro l’inaugurazione ufficiale, raccontata dal comunicato stampa di Olam Agri, c’è una società ora saldamente in mani saudite.

Non si tratta di un dettaglio. È il sintomo di un paradosso che da decenni attanaglia il continente: capitali esteri finanziano la trasformazione locale, ma la dipendenza dalle importazioni resta strutturale. Il grano – il prodotto più importato in Africa, davanti a riso, mais e oli commestibili – arriva via nave, viene lavorato in impianti modernissimi e finisce sulle tavole africane. Il valore aggiunto della trasformazione resta sul territorio, almeno in parte. La proprietà, però, no.

Olam Agri dichiara di collegare più di 300.000 agricoltori ai mercati nazionali e globali e di averne supportato altrettanti con redditi aumentati. Un numero che fa impressione e che racconta un radicamento reale nelle filiere agricole africane. Ma la domanda che resta aperta è un’altra: chi controlla davvero le leve di questa macchina?

Chi comanda nel piatto

La risposta è arrivata a maggio, quando la Saudi Agricultural and Livestock Investment Company – SALIC, braccio operativo del fondo sovrano saudita PIF – ha portato la propria quota di maggioranza in Olam Agri Holdings all’80,01%. Un’operazione da 1,88 miliardi di dollari che ha trasformato quella che era una partecipazione di minoranza in un controllo pressoché totale. A conti fatti, il pastificio di Accra e i 300.000 contadini agganciati alla rete Olam rispondono oggi a una catena di comando che parte da Riyad.

Eppure le radici africane di Olam Agri sono autentiche. L’azienda è nata in Nigeria nel 1989 e da allora ha costruito una presenza capillare in decine di paesi del continente, specializzandosi nella trasformazione e nel commercio di materie prime agricole. Un pezzo di storia imprenditoriale africana che, trentacinque anni dopo, cambia bandiera. Non per un’acquisizione ostile, ma per la logica spietata dei mercati globali delle commodity: servono capitali enormi per costruire infrastrutture di trasformazione, e i capitali, in Africa, arrivano quasi sempre da fuori.

Il punto è che SALIC non è un investitore qualunque. È il veicolo attraverso cui l’Arabia Saudita persegue la propria sicurezza alimentare, comprando terra, silos, porti e impianti di trasformazione ovunque nel mondo. L’acquisizione di Olam Agri non risponde a una strategia di sviluppo africano, ma alla necessità saudita di blindare le catene di approvvigionamento alimentare. Il paradosso è servito: un continente che importa cibo per decine di miliardi finanzia, attraverso i meccanismi del mercato globale, l’infrastruttura che dovrebbe emanciparlo, ma che resta di proprietà di chi quel cibo lo vuole controllare.

L’illusione del made in Africa

Si potrebbe obiettare che la trasformazione locale, chiunque ne sia il proprietario, crea posti di lavoro, trasferisce tecnologia, riduce il costo del prodotto finito. Ed è vero, almeno in parte. Ma l’equazione «trasformazione uguale autosufficienza» non regge quando la materia prima continua ad arrivare da fuori e i profitti prendono la stessa strada, solo in direzione opposta. Il grano che entra nel pastificio di Accra non è coltivato in Ghana, né in Nigeria, né in Senegal. Arriva dai grandi esportatori globali, gli stessi che dominano il mercato da decenni. L’impianto è moderno, i posti di lavoro sono reali, ma l’Africa resta un anello intermedio in una catena che parte altrove e altrove torna.

È la stessa tensione che attraversa i discorsi sull’autosufficienza alimentare. Se ne parla da almeno vent’anni, con piani continentali, dichiarazioni di vertice, target di investimento in agricoltura mai centrati. E mentre i governi annunciano, gli attori privati – spesso stranieri – costruiscono pezzi di filiera che rispondono a logiche di profitto, non a strategie di sovranità. La domanda non è se questi investimenti facciano bene o male. È se, così strutturati, possano davvero ridurre la dipendenza strutturale dell’Africa dalle importazioni di cibo. Finora, i numeri dicono di no: il conto delle importazioni alimentari continua a salire, e la proprietà degli asset strategici si concentra sempre più fuori dal continente.

Lo scorso agosto, Forbes Africa provava a raccontare la strada verso l’autonomia alimentare con un titolo che suonava come un auspicio: seminare i semi dell’autosufficienza. Ma i semi, nel caso del pastificio ghanese, germogliano in un terreno la cui proprietà è già stata ceduta. L’interrogativo che resta sul tavolo è se il prossimo impianto, la prossima filiera, il prossimo investimento saranno un passo verso la sovranità alimentare o semplicemente un anello in più nella catena delle importazioni. Con la differenza, rispetto a trent’anni fa, che oggi la catena ha un proprietario ben preciso, e non è africano.