La mancanza di strumenti e fondi rischia di escludere i coltivatori thailandesi dal mercato Ue
Immaginate di svegliarvi e scoprire che l’Europa, il vostro miglior cliente, non vuole più comprare la vostra gomma. Non perché sia di scarsa qualità, ma perché non avete gli strumenti per dimostrare che il vostro albero non è cresciuto su terreno disboscato dopo il 2020. Per 1,7 milioni di piccoli produttori thailandesi, questo incubo sta per diventare realtà. Ma cos’è esattamente questo regolamento che sconvolge le loro vite?
La legge che non perdona
La norma in questione è il Regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR), pensato per ridurre le emissioni di gas serra e la perdita di biodiversità, consentendo solo prodotti «deforestazione‑free» sul mercato dell’Unione. L’adozione dell’EUDR nel 2023 ha fissato un obiettivo chiaro: ogni fornitore di gomma, caffè, olio di palma, soia, legno, cacao e carne bovina deve provare che la propria terra non è stata disboscata dopo il 31 dicembre 2020. In pratica, serve la tracciabilità geolocalizzata di ogni appezzamento e una documentazione legale intonsa.
L’intenzione è giusta: chi consuma in Europa non vuole avere sulla coscienza foreste abbattute per il proprio caffè del mattino. Il problema, però, è che la macchina si scontra con una realtà fatta di piccoli appezzamenti, spesso senza connessione internet e senza i soldi per pagare mappe e certificazioni. Lo scorso dicembre, il rinvio dell’EUDR ha concesso ai grandi operatori tempo fino al 30 dicembre 2026 e ai più piccoli fino al 30 giugno 2027. Un anno in più che non ha risolto la confusione di fondo.
Secondo Martin Greijmans di RECOFTC, una cosa sconcertante è che moltissimi piccoli agricoltori e piccole imprese del Sud‑est asiatico non capiscono affatto la natura obbligatoria del regolamento e lo scambiano per una certificazione volontaria. “Spesso credono sia qualcosa di simile a un marchio ambientale a cui si può aderire se conviene”, ha raccontato. Ma l’EUDR non è un bollino: è un cancello. Se non lo apri, resti fuori.
Tra le spese necessarie ci sono la mappatura geospaziale dei terreni e la verifica catasta‑le, costi che per un grande produttore sono una voce tra le tante, ma per un piccolo coltivatore con tre ettari di alberi della gomma rischiano di valere più del guadagno annuo. Il risultato, già prefigurato da diversi analisti, è che i 1,7 milioni di piccoli produttori di gomma della Thailandia potrebbero essere espulsi dal mercato europeo a favore di player più grandi, in grado di sostenere gli oneri di conformità. E non è solo la gomma. La stessa sorte potrebbe toccare altri prodotti che amiamo.
Il prezzo della sostenibilità
Il 95% del caffè vietnamita da piccoli agricoltori e il 42% dell’olio di palma indonesiano provengono da mani piccolissime: contadini che vivono su poche migliaia di metri quadrati, spesso senza titoli di proprietà formalizzati e con poca familiarità burocratica. Se questi numeri dovessero tradursi in esclusioni dal mercato, l’impatto sarebbe misurabile anche nel carrello della spesa: meno offerta frammentata, più concentrazione in mano a grandi gruppi, con probabili rincari e una riduzione della varietà di origini disponibili.
Per un consumatore europeo che beve caffè vietnamita o usa pneumatici prodotti con gomma thailandese, il messaggio è semplice: senza un intervento, potremmo trovarci a scegliere tra poche marche internazionali, con sapori e caratteristiche più standardizzati. E per i piccoli produttori, l’alternativa potrebbe essere vendere a intermediari che assorbano i costi di conformità, ma a prezzi stracciati, comprimendo ancora di più i loro già esigui margini.
Detta in termini concreti, l’assenza di un supporto pubblico o di filiera rischia di trasformare una transizione ecologica in una macchina che esclude i più deboli. Non si tratta di abbassare la guardia sulla deforestazione: i dati degli ultimi anni mostrano che proprio i piccoli agricoltori, quando messi in condizione di farlo, possono essere i migliori custodi del territorio. Ma senza strumenti come app dedicate per la geolocalizzazione a basso costo, corsi di formazione sulla documentazione o finanziamenti ponte, la legge rischia di premiare chi ha già le spalle larghe.
L’Europa ha un anno di tempo per correggere il tiro: i grandi operatori si stanno già attrezzando, mentre per i piccoli la scadenza di giugno 2027 sembra lontana ma arriverà in un lampo. Se l’obiettivo è foreste intatte – e non soltanto certificati intonsi – bisogna aiutare chi quelle foreste le abita e le coltiva da generazioni. Altrimenti, rischiamo di trovare solo gomma, caffè e olio di multinazionali – e forse neppure quelli.




