Nel 2025 il 20% delle cause climatiche negli Stati Uniti contestava lo smantellamento delle regole ambientali

Fabio ha 52 anni, una ditta di infissi in provincia di Treviso e un impianto fotovoltaico da 20 kW sul tetto del capannone. Lo ha installato sei anni fa, spinto da un mix di incentivi e buon senso: bolletta elettrica dimezzata, rientro in otto anni, margini migliori. Poi è arrivato il 2026. La valanga di decreti che smantellano le regole ambientali, la fine di qualche agevolazione, l’aria da Far West normativo. Qualche giorno fa, davanti a un caffè, mi ha detto: «Ma a questo punto, il prossimo passo — batteria, pompa di calore, cappotto — ha ancora senso? O mi fermo e aspetto di capire?». Non è un dubbio banale. E la risposta, per quanto possa sembrare paradossale, arriva proprio da chi il clima prova a difenderlo senza tanti giri di parole: i tribunali.

Mentre i governi fanno retromarcia, la litigiosità climatica sta esplodendo. E non è una reazione anarchica o di pancia: è una strategia difensiva, strutturata, globale. Secondo una analisi della London School of Economics (LSE), pubblicata il 26 giugno, nel 2025 il 20% delle cause climatiche negli Stati Uniti era un ricorso diretto contro i rollback dell’amministrazione Trump, i congelamenti dei fondi e lo smantellamento delle regole esistenti. Un balzo secco: durante il primo mandato di Trump, erano il 13%. Un aumento di sette punti percentuali in cinque anni.

I numeri della resistenza legale

L’impennata dei ricorsi è l’effetto più visibile di una tendenza che i numeri raccontano con un’eloquenza difficile da ignorare. Gli Stati Uniti restano il cuore caldo del fenomeno: 151 nuovi casi nel solo 2025, per un totale di 2.078 procedimenti attivi. Ma quello che dieci anni fa era un club ristretto di 17 paesi oggi è un mosaico di 62 giurisdizioni. La mappa si è allargata a luoghi dove il contenzioso climatico era quasi inimmaginabile.

Nel 2025, per la prima volta, sono stati depositati casi in Grenada, Guatemala, Kazakhstan, Malaysia, Singapore e Zambia. Sei paesi che non hanno nulla in comune se non il fatto di essere entrati, chi per vie statali chi per iniziativa della società civile, in una partita che fino a poco fa sembrava giocarsi solo tra Europa, Nord America e Australia. E anche lì gli oggetti del contendere sono diversi: in Canada, un gruppo di giovani dell’Ontario ha impugnato un arretramento della legislazione climatica provinciale; in Brasile, una serie di ricorsi davanti alla Corte Suprema Federale sta sfidando leggi statali che eliminerebbero gli incentivi finanziari per le aziende che superano i requisiti ambientali minimi in Amazzonia.

A livello globale, circa il 12% delle cause climatiche presentate lo scorso anno può essere classificato come «anti-climate litigation»: azioni legali che cercano di ritardare o smantellare le regole ambientali. Un dato che dice due cose. La prima: c’è una fetta non trascurabile di attori economici e politici che usa i tribunali per rallentare la transizione. La seconda: la quota preponderante delle cause — l’88% — va nella direzione opposta. Difende, allarga, pretende l’applicazione delle regole che i governi provano a cancellare.

E qui sta il punto su cui gli avvocati ambientalisti puntano più forte. La ricerca scientifica sugli effetti dei gas serra non è rimasta ferma al 2009. È diventata molto più solida, con dati che legano con sempre maggiore precisione l’aumento delle concentrazioni di gas climalteranti all’intensificarsi degli eventi meteo estremi e alla destabilizzazione del clima planetario. La difesa può permettersi di dire: se nel 2009 c’erano già le basi per la determinazione — e le basi scientifiche del riscaldamento globale erano note fin dal 1896 — oggi quelle basi sono ancora più granitiche. Smontare la regola diventa giuridicamente più difficile.

Cosa aspettarsi (e cosa fare)

In questo scenario, l’immobilismo non è una strategia. Ma nemmeno il salto nel buio lo è. Il punto è capire che l’incertezza normativa è destinata a restare: ogni passo avanti sul piano legislativo può essere cancellato da un esecutivo diverso, e ogni cancellazione può essere ribaltata da una sentenza. È un ping-pong tra poteri che ha un costo, soprattutto per chi fa impresa e deve pianificare investimenti con orizzonti di dieci o quindici anni.

Però c’è un dato di fatto che conviene tenere a mente. La transizione energetica, in molte sue declinazioni concrete, conviene già oggi a prescindere dagli incentivi. Un impianto fotovoltaico ben dimensionato sul tetto di un capannone artigianale, in Nord Italia, con autoconsumo reale sopra il 70%, ha ancora tempi di rientro sotto i sei anni anche senza detrazioni fiscali. Se si aggiunge una batteria, il rientro si allunga ma la protezione dai rincari dell’energia diventa molto più solida. E qui sta il punto: la volatilità dei prezzi dell’energia è un nemico più certo di qualunque cambio di normativa. Proteggersi da quella volatilità, in molti casi, è già un buon motivo per investire.

Il consiglio spiccio, alla Fabio, è questo: guardare meno ai decreti del momento e più alla traiettoria lunga. I tribunali stanno facendo da contrappeso ai rollback, e lo stanno facendo in modo sempre più capillare e internazionale. Non è una garanzia assoluta, ma è un segnale che i principi ambientali, una volta entrati nell’ordinamento, tendono a persistere anche quando la politica sterza dall’altra parte. Per un’impresa, significa che la prevedibilità non viene più solo dalle leggi, ma anche dalle sentenze. Conviene informarsi, farsi due conti con un professionista, e muoversi per tempo, mentre i prezzi delle tecnologie sono ancora favorevoli e l’esperienza accumulata nel mercato rende l’offerta più matura. La strada della transizione è sempre più lastricata di carte bollate. Chi la percorre con un po’ di metodo, di solito, evita le buche peggiori.