L’11,6% di acque protette nasconde una tutela inefficace per mancanza di controlli
Nell’ultimo report reso pubblico pochi giorni fa, l’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale (Ispra) ha scattato una fotografia apparentemente rassicurante: le aree terrestri protette in Italia coprono circa il 21,7% del territorio nazionale, mentre la superficie marina sottoposta a tutela si attesta intorno all’11,6% delle acque nazionali. Percentuali che, se prese per buone senza verificare cosa ci sia dietro, potrebbero persino sembrare un buon punto di partenza. Ma il rapporto dice anche altro, e basta incrociare i dati per accorgersi che il Paese più ricco di biodiversità dell’Unione Europea ha un livello di protezione ambientale inferiore alla media europea. Un paradosso che si spiega in due parole: aree di carta.
Il paradosso dei numeri
L’Italia è, per patrimonio naturale, il Paese più ricco di biodiversità dell’Unione Europea. Un primato che dovrebbe tradursi in una rete di tutele all’avanguardia, e invece il dato della superficie protetta racconta una storia diversa. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, l’Italia ha solo il 21,7% della sua superficie terrestre protetta, sotto la media UE del 26,4%. Mentre da noi si discute ancora di come arrivare al 30%, già alla fine del 2023 nove Stati membri – Bulgaria, Croazia, Cipro, Germania, Grecia, Lussemburgo, Polonia, Slovacchia e Slovenia – avevano designato più del 30% della loro superficie terrestre come area protetta.
Il vero cortocircuito, però, riguarda il mare. L’11,6% di acque protette sembra un numero in linea con gli obiettivi internazionali, ma la realtà è che poche aree marine protette del Mediterraneo adottano protezioni forti capaci di produrre risultati di conservazione misurabili. Il concetto di «aree di carta» — zone che godono di protezione legale senza alcuna applicazione concreta — spiega perché quella percentuale italiana sopravvaluti la tutela reale: un perimetro tracciato su una mappa non ferma la pesca a strascico illegale né protegge gli habitat coralligeni, se mancano controlli, personale e piani di gestione attivi.
La smantellatura critica: le aree di carta
La distanza tra la superficie protetta dichiarata e l’efficacia reale delle tutele si misura in assenza di enforcement. Il caso del Parco nazionale del Matese è emblematico della lentezza con cui il sistema italiano trasforma gli impegni in realtà operative: la sua istituzione era stata prevista da una legge nel 2017, ma il completamento del procedimento è avvenuto soltanto nel 2025, otto anni dopo. Un ritardo che pesa, perché nel frattempo gli ecosistemi da proteggere sono rimasti esposti a pressioni antropiche e cambiamenti climatici senza la governance che avrebbero meritato.
Sul versante normativo, la riforma costituzionale del 2022 aveva acceso qualche aspettativa. La Legge Costituzionale n. 1 dell’11 febbraio 2022 ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione italiana per includere esplicitamente la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali. Un passo avanti significativo sulla carta, ma che a distanza di oltre quattro anni non ha ancora prodotto quell’accelerazione nell’applicazione delle tutele che ci si poteva attendere. Resta una dichiarazione di principio importante, ma la sua traduzione in strumenti operativi — più guardiani, più risorse per le Aree Marine Protette, piani di gestione vincolanti — è ancora tutta da scrivere.
A Bruxelles, intanto, il regolamento sul ripristino della natura fissa paletti precisi: misure di ripristino su almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’UE entro il 2030. Per l’Italia, che già fatica a rendere effettive le protezioni esistenti, l’asticella è alta. Non basterà allargare i perimetri delle aree protette per rispettare l’impegno europeo: serviranno interventi attivi di ripristino ecologico, monitoraggio continuo e, soprattutto, la volontà politica di far rispettare i vincoli. La Strategia nazionale per la Biodiversità al 2030, approvata nel 2022, costituisce lo strumento attraverso cui il nostro Paese intende dare attuazione alla Strategia europea, ma il divario tra gli obiettivi dichiarati e la realtà operativa resta ampio.
Obiettivo 2030: possibile o promessa vuota?
Con questa eredità fragile, l’Italia punta a raggiungere il 30% di aree protette da istituire a terra e a mare entro il 2030, con un sotto-obiettivo del 10% di aree rigorosamente protette. La differenza tra «protetta» e «rigorosamente protetta» non è semantica: una zona rigorosamente protetta esclude quasi ogni attività umana, dalla pesca all’estrazione, e richiede un apparato di sorveglianza e sanzioni che oggi, nella maggior parte delle Aree Marine Protette italiane, semplicemente non esiste.
La domanda è quanto sia credibile un obiettivo del 30% quando la metà della protezione marina dichiarata è fatta di confini disegnati su una carta nautica senza che in acqua cambi nulla. Servirebbe uno scatto nella governance che al momento non si vede: più personale tecnico, mezzi navali, sistemi di monitoraggio satellitare integrati con le Capitanerie di Porto, e sanzioni effettive per chi sconfina. Senza questi ingredienti, l’Italia del 2030 rischia di presentarsi al traguardo con una percentuale rispettabile e la stessa biodiversità in declino di oggi — o peggio. La partita è aperta, ma il cronometro corre e le aree di carta non fermano l’erosione degli habitat. Il primato di biodiversità potrebbe diventare, nel giro di un decennio, solo il ricordo di ciò che non siamo stati capaci di difendere.




