La bocciatura del regolamento sui biocarburanti da soia espone l’Ue a sanzioni da 5,6 miliardi l’anno
A giugno 2026, le immatricolazioni di auto elettriche nel Regno Unito sono aumentate del 38%, toccando 64.440 unità. Nello stesso mese, le auto elettriche hanno raggiunto una quota di mercato vicina al 30%. È l’ennesimo segnale di una transizione che accelera, mentre l’Unione europea prepara il proprio rilancio industriale: il 4 marzo 2026 la Commissione ha proposto l’Industrial Accelerator Act, con l’obiettivo di portare la manifattura al 20% del PIL comunitario entro il 2035. Sullo stesso tavolo c’è il Net Zero Industry Act, che impone alla capacità produttiva domestica di tecnologie pulite di coprire almeno il 40% del fabbisogno annuo entro il 2030.
Il 15 luglio la Commissione dovrebbe lanciare l’Electrification Action Plan, pensato come risposta alla crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, una lettera inviata al Commissario chiede di riaprire il CISAF e di modificare l’articolo 6.2 per concedere sostegni temporanei alla produzione di tecnologie pulite come le batterie: in gioco c’è la richiesta di aiuti di Stato per le batterie.
Il messaggio sembra coerente: elettrificazione rapida, più manifattura interna, meno dipendenza esterna.
Il voto che costa 5,6 miliardi all’anno
Eppure, su un altro fronte i deputati europei hanno preso una direzione opposta. Hanno respinto un regolamento che avrebbe escluso i biocarburanti da soia dal novero delle fonti rinnovabili entro il 2030: la bocciatura del regolamento sui biocarburanti da soia mantiene in vita un incentivo che secondo Transport & Environment alimenta la coltivazione della soia, una delle prime cause di deforestazione e di perdita di suolo al mondo.
La scelta non è solo ambientale: secondo una lettera del commissario all’Energia Dan Jørgensen, l’inversione di rotta espone l’Unione a il rischio di sanzioni WTO da 5,6 miliardi di dollari l’anno, che Indonesia e Malesia potrebbero attivare come ritorsione. CleanTechnica sintetizza la vicenda come il blunder da 5,6 miliardi in sanzioni. “Questa decisione arriva dopo un incessante lobbying mirato da parte delle industrie della bioenergia e dell’agricoltura, per continuare a usare soia che provoca deforestazione”, ha commentato Cian Delaney, attivista di T&E, in.
Così il bilancio europeo dell’energia pulita si spacca: da un lato si finanziano batterie e reti, dall’altro si difende una filiera che mette a rischio foreste tropicali e credibilità commerciale. Il costo potenziale di 5,6 miliardi di dollari l’anno è superiore a molti capitoli del bilancio per la ricerca sulle rinnovabili e rischia di diventare una variabile strutturale nei prossimi conti con l’Organizzazione mondiale del commercio.
Limiti di velocità automatici: il paradosso dell’inaffidabilità
Il cortocircuito regolatorio non si ferma ai biocarburanti. Da tempo il sistema ISA obbligatorio è su tutte le auto nuove vendute nell’Unione, e la Commissione starebbe valutando di rendere obbligatori dopo il 2030 il progetto di limiti di velocità via satellite, un controllo automatico che impedisce fisicamente di superare i limiti. L’obiettivo è la sicurezza stradale, ma i test indipendenti raccontano un’altra storia. Thatcham Research avverte che l’omologazione attuale non riflette il comportamento reale dell’ISA, e nei suoi rilevamenti la vettura peggiore ha mostrato solo il 74,3% di accuratezza dei sistemi ISA nei cambi di limite. In alcuni casi sono comparsi i limiti impossibili di 5 e 100 miglia orarie su strade britanniche, segnali che un’auto reale non dovrebbe mai elaborare.
Imporre una tecnologia immatura significa incrinare la fiducia degli automobilisti proprio mentre si cerca di accelerare il passaggio all’elettrico. Il dato del 30% nel Regno Unito mostra che la domanda esiste, ma l’accumulo di norme percepite come punitive o mal tarate può frenare l’adozione.
Il trend da monitorare non è soltanto la curva delle immatricolazioni, ma la progressione del conto aperto al WTO: 5,6 miliardi di dollari all’anno, una cifra che può trasformare la sovranità tecnologica europea in un costo commerciale difficile da assorbire senza ripercussioni sugli aiuti all’industria pulita.




