Undici anni di calore record hanno trasformato incendi e uragani in eventi fuori scala

Lo scorso gennaio, quando le colline attorno a Los Angeles hanno preso fuoco come sterpaglia secca, molti hanno parlato di un disastro eccezionale. Poi sono arrivati i conti. E i conti hanno raccontato una storia che nessuno voleva sentire: gli incendi di Palisades ed Eaton non sono stati soltanto gli incendi più costosi nella storia mondiale, ma hanno superato qualunque uragano mai registrato. Secondo Climate Central, i danni diretti hanno toccato i 61 miliardi di dollari. Provate a rileggere questa cifra e a pensare a un uragano, poi a un incendio, poi di nuovo a quella cifra. Qualcosa, nella gerarchia dei cataclismi che ci eravamo costruiti, si è rotto.

Non si tratta di sfortuna o di una stagione particolarmente secca. È il sintomo di un pianeta che, stando al rapporto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, ha appena chiuso il periodo 2015-2025 come il più caldo mai registrato. Undici anni che hanno spinto i termometri, gli oceani e le polizze assicurative ben oltre qualunque soglia considerata ragionevole fino a ieri.

La febbre del pianeta non conosce sosta

Se Los Angeles è stata la punta dell’iceberg, i dati globali mostrano che l’iceberg si sta sciogliendo rapidamente. E non è una metafora. L’estensione media annuale del ghiaccio marino artico nel 2025 è stata la più bassa o la seconda più bassa mai registrata nell’era satellitare. Ma è l’acqua, più che il ghiaccio, a doverci preoccupare. Il contenuto di calore dell’oceano ha raggiunto un nuovo record nel 2025, proseguendo una tendenza che vede il mare assorbire, ogni anno, l’equivalente di circa 18 volte il consumo energetico umano annuale. Numeri che smettono di essere astratti quando si guarda cosa succede a terra: quell’energia accumulata si trasforma in cicloni più violenti, siccità più lunghe, incendi più voraci.

A rendere tutto questo strutturale, e non episodico, ci pensa la concentrazione di anidride carbonica. Già nel 2024 aveva raggiunto il livello più alto degli ultimi 2 milioni di anni. Un dato che fa impressione non tanto per la cifra in sé, quanto per la scala temporale: l’umanità non ha mai vissuto in un’atmosfera del genere. E non stiamo parlando di ere geologiche remote, ma della materia prima di ogni nostra decisione economica e politica. Lo stesso 2024, come certifica il rapporto sullo stato del clima globale, è stato probabilmente il primo anno solare con una temperatura media globale superiore di oltre 1,5°C rispetto all’era preindustriale, precisamente 1,55 ± 0,13 °C sopra la media del periodo 1850-1900. Avevamo fissato quella soglia come un limite da non superare negli accordi di Parigi. L’abbiamo superata. E non è un traguardo di cui vantarsi.

Il contesto non aiuta a illudersi che sia stata una parentesi. Il 2023 era già stato l’anno più caldo mai registrato, con una temperatura superficiale media di 1,45°C sopra il livello preindustriale, come riportato dai dati delle Nazioni Unite. Quel primato ha incoronato il decennio 2015-2024 come il più caldo di sempre. Poi è arrivato il 2025, e ha spostato l’asticella ancora più in alto, con l’oceano che ha continuato a incamerare calore come una batteria che non si scarica mai. E quando quella batteria rilascia energia, lo fa con la violenza di un incendio fuori controllo o di un’alluvione che spazza via quartieri interi.

C’è un dettaglio tecnico che andrebbe spiegato meglio nelle scuole e nei consigli di amministrazione delle assicurazioni: il calore oceanico non è un termometro che sale e basta. È un motore. Un motore che alimenta i sistemi meteorologici estremi, allunga le stagioni degli incendi, riduce i margini per l’agricoltura e per la tenuta delle infrastrutture. E mentre i grafici si impennano, la politica continua a trattare il clima come un capitolo separato del bilancio, una voce da ministero dell’Ambiente, invece che come la cornice dentro cui sta franando tutto il resto.

55 miliardi di motivi per porsi una domanda

Nel solo 2025, il pianeta è stato colpito da cinquantacinque disastri meteorologici da miliardi di dollari. Cinquantacinque eventi che, presi singolarmente, avrebbero fatto notizia per settimane. Insieme, compongono un bollettino di guerra che nessun governo sembra saper leggere per intero. E l’incendio di Palisades, con il suo primato finanziario, ne è stato il simbolo più brutale: non un uragano caraibico, non un tifone nel Pacifico, ma un rogo in una delle città più ricche e tecnologicamente attrezzate del mondo. Se non sono pronti loro, chi può dirsi al sicuro?

Siamo abituati a pensare i danni climatici come un problema dei paesi poveri, delle isole che scompaiono, delle aree marginali. Ma quando il conto arriva a 61 miliardi di dollari in una metropoli californiana, qualcosa cambia nella percezione del rischio. Le assicurazioni iniziano a ritirarsi da interi mercati. I governi locali scoprono che i fondi per la ricostruzione non bastano mai. E i cittadini si trovano a fare i conti con l’unica domanda che conta: chi paga la prossima volta? Non è una questione ideologica, è una questione di bilancio, di premio assicurativo, di mutuo sulla casa.

Mentre il contenuto di calore degli oceani segna nuovi record e l’Artico perde il suo ghiaccio protettivo, la distanza tra la scienza e la politica resta siderale. Continuiamo a fissare target di emissioni con la solennità dei trattati internazionali, poi finanziamo infrastrutture fossili e rimandiamo gli investimenti in adattamento. E intanto il termometro globale, quello vero, non quello dei negoziati, ha già bucato la soglia di 1,5°C.

La prossima volta che sentirete parlare di un incendio o di un’alluvione, ricordate: non è il clima a essere impazzito, siamo noi a non voler vedere i numeri. Non mancano i dati, manca la volontà di leggerli come quello che sono: la più grande questione economica e politica del nostro tempo, travestita da bollettino meteorologico.