Air Products punta sull’Arabia Saudita mentre 121 miliardi di investimenti rinnovabili sono a rischio negli Usa
Centoventuno miliardi di dollari. È la stima degli investimenti rinnovabili persi o a rischio negli Stati Uniti, secondo i calcoli di Wood Mackenzie. E mentre questo capitale svanisce tra intoppi autorizzativi e fondi federali cancellati, Air Products ha comunicato il ritiro dai progetti di idrogeno a basse emissioni di carbonio nel paese. La stessa azienda che, a diecimila chilometri di distanza, sta ultimando nel deserto saudita il più grande impianto di idrogeno verde del mondo. Non è una contraddizione: è il funzionamento reale della transizione energetica, dove i capitali vanno dove trovano regole stabili, permessi certi e un interlocutore politico che non cambia idea ogni quattro anni.
Il conto della ritirata americana
Il numero lo ha messo nero su bianco Wood Mackenzie: oltre 121 miliardi di dollari di investimenti sono a rischio perché una maggiore supervisione federale ha esposto 92 gigawatt di progetti a un controllo autorizzativo più severo. Di questi, 12 gigawatt si trovano su terreni federali e 80 gigawatt su terreni privati. Non si tratta di stime astratte: nel corso del 2025, solo sui terreni federali, 7 gigawatt di progetti rinnovabili sono stati cancellati o resi inattivi per via dei cambiamenti normativi e del ritiro dei fondi federali.
Poi ci sono i soldi già promessi e mai arrivati. Lo scorso febbraio, la California ha fatto causa all’amministrazione federale per il taglio di 1,2 miliardi di dollari di finanziamenti destinati all’idrogeno pulito. Fondi che erano stati stanziati, deliberati, in alcuni casi già impegnati in gare e contratti preliminari. Poi la decisione politica ha cambiato tutto: stop, fondi congelati, progetti al palo. Non serve immaginare chissà quale complotto: basta guardare il calendario elettorale e la lista dei progetti fermi per capire che negli Stati Uniti la prevedibilità normativa — quella che serve a chi deve ammortizzare un elettrolizzatore in quindici anni — semplicemente non esiste più.
L’annuncio di Air Products, arrivato nei giorni scorsi, è il capitolo più recente di questa storia. L’azienda ha detto chiaramente che esce dai progetti di idrogeno a basse emissioni di carbonio negli Stati Uniti. Non ha citato esplicitamente il quadro normativo, ma non serve: quando un’impresa industriale con bilanci da decine di miliardi prende una decisione di questo tipo, il messaggio per chi fa politica è inequivocabile. Il mercato americano dell’idrogeno pulito, oggi, non offre le condizioni per investire.
Il deserto che avanza
Poi si guarda a est, e la storia cambia completamente. Nel luglio 2020, Air Products aveva annunciato un accordo per un impianto di ammoniaca verde in Arabia Saudita, alimentato da oltre 4 gigawatt di energia rinnovabile tra solare ed eolico, con l’obiettivo di entrare in funzione entro il 2025. La tabella di marcia è slittata, ma i cantieri no. Nel maggio 2023 la NEOM Green Hydrogen Company ha chiuso la parte finanziaria con un investimento totale di 8,4 miliardi di dollari. All’inizio del 2025, la costruzione aveva già raggiunto l’80% su tutti i siti del progetto. E in questi mesi, la generazione solare ed eolica da 4 gigawatt dovrebbe essere completata.
Quando sarà pienamente operativo, l’impianto produrrà 600 tonnellate di ammoniaca verde al giorno. Non è un progetto pilota, non è una sperimentazione accademica: è il più grande impianto di idrogeno verde su scala commerciale mai costruito, come conferma ACWA Power, uno dei tre partner della joint venture. Ed è anche la dimostrazione che quando un governo mette sul tavolo regole chiare, terreni, infrastrutture e una strategia di lungo periodo — per quanto discutibile sia il contesto politico saudita — i capitali privati arrivano. Anche quelli americani.
Vincitori e vinti della nuova geografia dell’idrogeno
La domanda non è più se l’idrogeno verde avrà un ruolo nella decarbonizzazione. La domanda è chi lo produrrà, chi lo esporterà, e chi controllerà le catene del valore che si stanno formando adesso. L’Arabia Saudita sta seguendo lo stesso copione già visto con il petrolio: usare una risorsa abbondante e a basso costo — in questo caso il sole e il vento, non il greggio — per diventare il fornitore di riferimento di un mercato globale in costruzione. La differenza è che questa volta lo fa con tecnologia americana ed europea, e con aziende che in patria stanno facendo marcia indietro.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, restano impigliati in un paradosso che in economia industriale si conosce bene: puoi avere le migliori università, i migliori ingegneri, i brevetti più avanzati, ma se chi investe non sa quali regole varranno tra diciotto mesi, quei brevetti finiranno per essere usati altrove. I 121 miliardi a rischio stimati da Wood Mackenzie non sono una perdita secca: in parte sono investimenti che non partiranno mai, in parte sono soldi che troveranno altri lidi — in Medio Oriente, in Nord Africa, forse in Australia. Ma non negli Stati Uniti.
La causa legale della California è il sintomo, non la malattia. La malattia è l’incapacità di offrire alle imprese un orizzonte temporale che vada oltre il ciclo elettorale. E mentre i tribunali discutono, i cantieri nel deserto saudita vanno avanti. La transizione energetica non ha ideologia: segue i capitali. E in questo momento, i capitali stanno andando dove trovano certezze.




