Lo studio dell’Università IPB mostra che un ettaro di foresta rende 4 milioni di rupie contro i 40 della palma
Quattro milioni di rupie all’ettaro all’anno. È quanto rende, in media, un ettaro di foresta in Indonesia. Quaranta milioni, invece, è il ricavo che si può ottenere da un ettaro di piantagione di palma da olio. Un fattore dieci. La stima arriva da uno studio della Facoltà di Scienze Forestali e Ambientali dell’Università IPB, ed è una cifra che spiega, meglio di qualsiasi discorso, decenni di deforestazione. Perché finché un albero vale un decimo di una palma, abbatterlo resta — economicamente — la scelta più razionale.
I numeri del 2025 lo confermano. L’anno scorso la deforestazione legata all’olio di palma in Indonesia è rimasta stabile rispetto al 2024, passando da 30.956 a 31.073 ettari. Una stabilità che non è una buona notizia: significa che il fenomeno non accenna a rallentare. Con 29 milioni di ettari di concessioni forestali da gestire, l’Indonesia si trova davanti a un bivio: continuare a estrarre valore distruggendo il capitale naturale, oppure cambiare la matematica del profitto. Il governo di Jakarta ha scelto la seconda strada. O almeno ci sta provando.
Caffè e cacao: la scommessa da 418 trilioni di rupie
«Il basso valore economico delle foreste resta una delle principali sfide nella gestione forestale sostenibile». La diagnosi è di Laksmi Wijayanti, direttrice generale del ministero delle Foreste. La terapia si chiama MUK — Multi-Usaha Kehutanan, silvicoltura multi-business — ed è stata presentata ufficialmente nel marzo 2026 a un vertice di Vienna davanti a sessanta paesi. L’idea è semplice nella formulazione e vertiginosa nell’ambizione: smettere di pensare alla foresta solo come fonte di legname e trasformarla in un ecosistema produttivo multiplo, dove convivano caffè, cacao, assorbimento di carbonio e altri servizi. L’obiettivo, ha spiegato Wijayanti, è decuplicare il valore economico delle foreste, colmando quel divario con la palma che oggi rende la deforestazione quasi inevitabile.
Le proiezioni ufficiali sono imponenti. Secondo il ministro delle Foreste Raja Juli Antoni, entro il 2045 le iniziative MUK incentrate su caffè e cacao dovrebbero generare 418 trilioni di rupie in valore delle esportazioni, creare occupazione per 3,8 milioni di persone e assorbire 25 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Sono numeri che, se realizzati, riscriverebbero l’equazione economica dell’intero settore. Ma sono anche numeri che richiedono un salto di scala — in termini di investimenti, infrastrutture, competenze e governance — di cui non esiste ancora traccia nei bilanci pubblici.
La scommessa si gioca tutta sul tempo. Per portare una foresta a regime multi-business servono anni di impianto, certificazioni, catene di approvvigionamento che oggi semplicemente non esistono alla scala immaginata. Nel frattempo, la palma da olio continua a offrire rendimenti immediati e comprovati. Il piano MUK, insomma, non è un’alternativa già disponibile: è una promessa con un orizzonte di vent’anni. E vent’anni, per una foresta, possono essere un’eternità o un attimo, a seconda di quanto velocemente si muove la motosega.
Lo specchio malesiano: cosa succede quando la foresta è già persa
Basta attraversare lo Stretto di Malacca per vedere un possibile futuro. In Malesia, le aree di concessione con copertura forestale sono ormai solo il 12 per cento. In Indonesia, invece, siamo ancora al 33 per cento: un terzo delle concessioni conserva una copertura forestale. Il margine esiste. Ma è un margine che si sta assottigliando, e il confronto con Kuala Lumpur dice anche altro. In Malesia solo il 23 per cento delle aziende che operano in concessioni di olio di palma ha registrato deforestazione; in Indonesia siamo al 67 per cento. Più di due aziende su tre hanno tagliato alberi. Non sono mele marce: è il sistema che funziona così.
La Malesia ha già pagato il prezzo della propria deforestazione e oggi si trova con una base forestale residua troppo esigua per ambire a schemi come il MUK. L’Indonesia ha ancora il 33 per cento di foreste nelle concessioni. Un dato da monitorare trimestre dopo trimestre: se scende, il sogno del caffè sostenibile rischia di diventare un amaro risveglio.




