L’agricoltura consuma il 72% dell’acqua dolce globale, ma 1,2 miliardi di persone soffrono già la sete nei campi
I conti non tornano, e non torneranno presto. L’agricoltura ingoia il 72 per cento dei prelievi globali di acqua dolce. È la sete del sistema che mette il cibo nei piatti di otto miliardi di persone. Ma è anche lo stesso sistema che, stando ai dati che la FAO ha raccolto e aggiornato, ha già piazzato 1,2 miliardi di persone in aree agricole dove l’acqua scarseggia in modo severo. Due numeri che cozzano, e non di striscio. Nel frattempo, l’asticella della produzione continua a salire: a metà del secolo, secondo l’organizzazione, bisognerà generare il 50 per cento in più di cibo, mangimi e fibre rispetto ai volumi del 2012. E la domanda di acqua dolce, già tirata, è attesa crescere di un altro 25 per cento. Non è un allarme climatico generico: è un’equazione che non si chiude.
L’equazione impossibile
Il paradosso è che la risposta canonica – portare più acqua, scavare più pozzi, costruire più dighe – non è più una risposta. In molte regioni l’acqua non c’è proprio, o è già allocata, o finirà contesa tra settori diversi. E mentre si discute di target al 2050, l’agricoltura continua a essere il primo prelievatore mondiale di acqua dolce. Il rubinetto è già aperto al massimo. La domanda, a questo punto, è chi dovrebbe chiuderlo un po’, e con quali strumenti. È una questione che riguarda istituzioni nate decenni fa proprio per governare questa tensione. Ecco perché vale la pena guardare a chi, sulla carta, ha il compito di trovare una via d’uscita.
I custodi dell’acqua
La gestione globale dell’acqua in agricoltura è un incrocio di sigle che si ripetono da una vita. La FAO, per dire, ha messo l’acqua al centro del suo mandato fin dalla nascita, nel 1945: lo scrive lei stessa sul suo programma su acqua e terra. Ottant’anni di studi, database, raccomandazioni. Poi c’è l’International Water Management Institute, fondato nel 1984 con il nome di International Irrigation Management Institute. Nel 1997 ha cambiato pelle e si è ribattezzato IWMI, ma la sostanza è rimasta quella: ricerca, consulenza, report. Un quarto di secolo a studiare l’irrigazione, e il pianeta è ancora qui a chiedersi come non far seccare i raccolti. Nel frattempo, la Banca Mondiale ha messo in piedi un suo programma Water for Food, parallelo, con budget e obiettivi propri.
La sete che verrà
Non parliamo solo di aree remote. I 3,2 miliardi di persone che vivono in aree agricole con scarsità d’acqua da alta a molto alta — numeri che UN Water, citando la FAO, riporta sulla sua pagina dedicata — sono ben più della metà della popolazione agricola mondiale. Vuol dire che il cibo che arriva sui mercati globali viaggia in gran parte da zone in cui l’acqua è un lusso, o lo sta diventando. Non è solo un problema di sicurezza alimentare per i paesi più poveri: è un rischio di volatilità per le catene di approvvigionamento, per i prezzi, per la stabilità sociale.
Cosa servirebbe per tradurre decenni di studi e programmi in azioni che proteggano l’acqua e il cibo di domani? Non basterebbe un nuovo ente né un nuovo rapporto. Servirebbe che i governi nazionali e le istituzioni multilaterali cominciassero a misurare i propri impegni non sui documenti pubblicati ma sulla quantità di acqua effettivamente restituita agli ecosistemi, sull’efficienza reale dell’irrigazione, sulla capacità di dire no a usi insostenibili. E servirebbe, forse, accettare che il problema non è solo tecnico: è politico, economico, distributivo.
Con oltre tre miliardi di persone già esposte a scarsità idrica alta o molto alta nelle aree agricole, il tempo per le riorganizzazioni istituzionali è scaduto da un pezzo. Ogni nuovo vertice, ogni nuova strategia, dovrà rispondere a una domanda molto semplice, che non troverete nei comunicati stampa: quando arriverà la prossima siccità globale, chi pagherà il conto? E quel conto, come sempre, non sarà equo.




