Lo studio nigeriano ha testato segatura di alberi locali, con risultati promettenti per la sicurezza alimentare
Nel febbraio 2025, un gruppo di ricerca della Federal University of Technology di Owerri, nello Stato nigeriano di Imo, ha messo alla prova un’idea tanto semplice quanto trascurata: usare la segatura di alberi locali per coltivare un fungo indigeno, il Lentinus squarrosulus. I risultati, pubblicati in uno studio apparso sulla rivista scientifica CREAM, hanno mostrato che la segatura di Treculia africana — un albero noto anche come breadfruit africano — ha prodotto in media 89 grammi di funghi in tre raccolte successive, il valore più alto tra tutti i substrati testati.
In un continente dove la coltivazione dei funghi è ancora in fase di sviluppo e la raccolta selvatica resta la norma, la scoperta ha un significato che va ben oltre il laboratorio. Di fronte a un doppio problema — montagne di scarti agricoli da smaltire e una crescente domanda di proteine a basso costo — la segatura di Treculia africana si propone come una soluzione a portata di mano. Ma come funziona esattamente? Cosa dicono i numeri?
Misure, tempi e segreti del Lentinus squarrosulus
Non solo una speranza: i dati precisi dell’esperimento condotto alla Federal University of Technology di Owerri raccontano una storia chiara. I ricercatori sono partiti da una coltura madre su agar malto, un terreno di coltura artificiale: in 5-7 giorni il micelio del Lentinus squarrosulus ha colonizzato la piastra, pronto per essere trasferito sui substrati di segatura. Un tempo rapido, che già suggeriva la vocazione di questo fungo a crescere in condizioni controllate.
Poi è arrivato il confronto tra i substrati. Treculia africana, Dacryodes edulis (il pero africano) e altri scarti legnosi locali sono stati testati in parallelo. Il vincitore è stato netto: la segatura di Treculia africana ha prodotto 89,03 grammi di funghi in tre raccolte, con una variabilità di ±29,41 grammi. All’estremo opposto, il Dacryodes edulis si è fermato a 32,31 grammi (±11,34) e ha impiegato 35 giorni solo per la colonizzazione completa del substrato — il tempo più lungo registrato nell’esperimento. In pratica, con la stessa quantità di scarto, il Treculia africana ha reso quasi il triplo.
Il Lentinus squarrosulus non è un illustre sconosciuto: era già stato addomesticato nel sud-est asiatico fin dal 2017. Ma in Africa occidentale, e in particolare in Nigeria, la sua coltivazione su scarti locali rappresenta una novità concreta. I funghi indigeni svolgono un ruolo vitale nel migliorare la nutrizione, promuovono la sicurezza alimentare e sostengono i mezzi di sussistenza in Nigeria e Kenya. Eppure, la stessa revisione scientifica ha evidenziato un vuoto preoccupante: manca una rassegna completa sulla domesticazione e commercializzazione di queste specie. Lo studio di Owerri comincia a colmarlo, un substrato alla volta.
Cosa fare da domani (oltre a mangiare funghi)
Dai vetrini del laboratorio alla terra: i vantaggi sono concreti per chiunque abbia a che fare con rifiuti agricoli. A giugno 2026, l’American Society for Microbiology ha rilanciato i risultati dello studio nigeriano, sottolineando che coltivare funghi indigeni su rifiuti agricoli può ridurre gli sprechi, aumentare la disponibilità di cibo, preservare specie locali preziose, creare posti di lavoro e incoraggiare un consumo più sicuro di funghi. Lo studio mostra come risorse locali semplici — segatura, scarti di segheria, residui agricoli che oggi vengono buttati o bruciati — possano affrontare simultaneamente gestione dei rifiuti, perdita di biodiversità, insicurezza alimentare e sicurezza pubblica.
Tradotto in pratica: un piccolo agricoltore nigeriano che lavora il Treculia africana per la farina di breadfruit ora sa che la segatura, invece di finire in una discarica a fumare per giorni, può diventare un secondo raccolto. Con un investimento contenuto — un po’ di agar malto per la coltura madre, sacchi di plastica per il substrato, un ambiente umido e ombreggiato — si può avviare una produzione di funghi in poche settimane. Per i gestori di segherie, il vantaggio è ancora più immediato: la segatura, che in molti casi rappresenta un costo di smaltimento, si trasforma in materia prima per un alimento ad alto contenuto proteico. In un contesto in cui la proteina animale è sempre più costosa, i funghi offrono un’alternativa concreta che non richiede mangimi, antibiotici o grandi estensioni di terra.
La prossima volta che vedrete un cumulo di segatura, ricordate: potrebbe diventare la vostra prossima fonte di proteine. E non serve essere scienziati: bastano informazioni come queste e un po’ di intraprendenza.




