Il progetto di Kushner nella laguna di Vjosa-Narta ha innescato proteste e tensioni con Bruxelles
Un miliardo e seicento milioni di dollari. È la cifra che Jared Kushner, genero ed ex consigliere di Donald Trump, ha messo sul piatto per trasformare la laguna di Vjosa-Narta, sulla costa adriatica albanese, in un resort di lusso. L’investimento, riportato da Wetlands International Europe, basterebbe a comprare due grattacieli come il Burj Khalifa – ammesso che fosse in vendita. Qui però non si tratta di alzare un edificio nel deserto di Dubai, ma di scavare le fondamenta in una zona umida mediterranea che ospita oltre duecento specie di uccelli migratori, fenicotteri compresi, foche monache e tartarughe marine. E che dal 2022 è ufficialmente un’area protetta. La contraddizione tra la tutela ambientale sbandierata da Tirana e lo sviluppo immobiliare che avanza a colpi di bulldozer è diventata così plateale da guadagnarsi un nome: la Rivoluzione dei Fenicotteri, come è stata ribattezzata la protesta esplosa lo scorso 23 maggio nel villaggio di Zvërnec.
Dietro i grandi numeri c’è una mobilitazione popolare che in poche settimane ha trasformato un conflitto locale in un caso politico europeo. A innescare la miccia sono stati i lavori preparatori per il complesso turistico di Sazan Island e Zvërnec, progetto turistico di Kushner difeso a spada tratta dal primo ministro Edi Rama. La scorsa settimana la tensione ha raggiunto Bruxelles: una delegazione di eurodeputati del gruppo Greens/EFA e del Partito Verde Europeo, guidata dalla co-presidente Vula Tsetsi, ha visitato l’area protetta e l’aeroporto di Valona in costruzione nella stessa zona, per poi unirsi alle proteste pacifiche di Tirana. Il messaggio portato a casa, secondo il comunicato dei Verdi Europei, è secco: «Gli albanesi non accettano più che la loro natura venga svenduta a investitori stranieri ricchi e potenti», ha dichiarato l’eurodeputata Tineke Strik.
I fenicotteri contro Kushner
La data spartiacque è il 23 maggio 2026. Quel giorno a Zvërnec, villaggio a ridosso della laguna di Narta, scatta la scintilla. I lavori preparatori per il resort voluto da Kushner – approvati dal governo Rama con una legge ad hoc che ha scavalcato le valutazioni di impatto ambientale – portano in piazza migliaia di persone. La protesta, battezzata «Flamingo Revolution» per la presenza di fenicotteri rosa nell’area minacciata, è subito diventata un movimento nazionale. Il primo ministro Edi Rama non ha arretrato di un millimetro. A chi gli chiedeva conto delle contestazioni ha risposto, stando a quanto riportato da Politico: «Se non fosse Jared, non gliene fregherebbe niente di quello che succede in Albania». Una difesa che sposta il piano del conflitto: non più ambiente contro sviluppo, ma sovranità nazionale contro interferenze esterne. Eppure l’interferenza più pesante, per i manifestanti, è proprio quella di un investitore straniero che gode di un trattamento di favore.
Il paradosso è al calor bianco. Da un lato il governo di Tirana rivendica il diritto di decidere il proprio modello di crescita, dall’altro accetta che quel modello venga plasmato da capitali esteri con procedure opache e con il sostegno di una legge su misura. L’opposizione accusa Rama di aver trasformato l’Albania in una vetrina per gli affari della famiglia Trump, mentre le associazioni ambientaliste ricordano che la laguna di Vjosa-Narta è riconosciuta come area di importanza internazionale. Già nel settembre 2023 la Convenzione di Berna, il trattato del Consiglio d’Europa per la conservazione della fauna e degli habitat naturali, aveva chiesto formalmente al governo albanese di sospendere la costruzione dell’aeroporto di Valona. Una richiesta rimasta lettera morta.
Il fronte interno si è così saldato con quello europeo. La visita della scorsa settimana degli eurodeputati Verdi non è stata un semplice sopralluogo, ma un atto politico. Vula Tsetsi ha puntato il dito contro la Commissione europea: «La Commissione europea non può distogliere lo sguardo mentre i nostri valori fondamentali vengono violati». E ha richiamato direttamente il Partito dei Socialisti Europei, di cui Rama è membro associato: «Ci aspettiamo che il PSE difenda i principi che afferma di difendere: stato di diritto, democrazia, trasparenza e responsabilità». Parole che pesano, perché collocano la questione ambientale dentro il più ampio dossier dello stato di diritto, il vero snodo del percorso europeo dell’Albania.
Il conto per Bruxelles
Le dichiarazioni della delegazione Verde non cadono nel vuoto. Dall’inizio del 2025, l’Albania è sotto osservazione da parte dell’Unione per le crescenti preoccupazioni sullo stato di diritto. Lo scorso febbraio un rapporto del Parlamento Europeo e una dichiarazione del Partito Popolare Europeo avevano evidenziato le pressioni del governo sulla magistratura e i problemi di corruzione. Ora si aggiunge un tassello ambientale che tocca il cuore della credibilità europea: Bruxelles può continuare a negoziare il capitolo sull’ambiente con un paese che autorizza progetti in aree protette scavalcando le norme di valutazione? «L’Albania non è in vendita» è diventato lo slogan che unisce ambientalisti, opposizione e l’ala più rigorista del Parlamento Europeo.
La risposta del governo albanese nelle prossime settimane sarà decisiva per capire se l’Unione intende fare sul serio. Rama ha finora raddoppiato la scommessa, insistendo sulla costruzione pianificata da Kushner nonostante le proteste di massa. Ma la pressione internazionale sta salendo. La Convenzione di Berna potrebbe tornare alla carica, e la Commissione europea ha ora nelle mani le testimonianze raccolte dalla delegazione dei Verdi. La domanda non è più se il progetto di Kushner sia compatibile con l’ambiente – la risposta è già scritta nelle relazioni scientifiche – ma se sia compatibile con l’adesione all’Unione Europea. Nei prossimi mesi l’indicatore chiave sarà la reazione della Commissione alla richiesta di sospendere i lavori. Un numero da tenere d’occhio, come il miliardo e seicento milioni di dollari che ha acceso la miccia.




