L’introduzione accidentale del serpente bruno degli alberi ha decimato l’avifauna locale

A Guam, dieci specie di uccelli su tredici non cantano più. La foresta, un tempo attraversata da richiami e frulli d’ali, è diventata un luogo insolitamente silenzioso. Il responsabile è arrivato per caso tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, nascosto quasi certamente nella stiva di una nave militare: il serpente bruno degli alberi, Boiga irregularis, un predatore notturno originario del Sud-est asiatico e dell’Oceania che in pochi decenni ha spento la colonna sonora dell’isola. È una storia locale, circoscritta a un territorio di 540 chilometri quadrati nel Pacifico occidentale. Ma il suo significato è tutt’altro che locale. Le specie aliene invasive sono ormai un fattore chiave nel 60% delle estinzioni registrate di piante e animali, un dato che da solo basterebbe a inquadrare la portata del fenomeno. E il conto, come vedremo, non è solo ecologico.

Il silenzio di Guam

Il meccanismo è stato tanto semplice quanto implacabile. Senza predatori naturali sull’isola, il serpente bruno ha trovato una riserva di prede del tutto impreparate alla sua presenza. Il serpente ha eliminato 10 delle 13 specie di uccelli nativi, oltre a numerose specie di lucertole e diverse specie di pipistrelli. Una strage silenziosa, consumata per lo più di notte, che ha ridisegnato l’intero ecosistema dell’isola.

L’introduzione accidentale risale a quasi ottant’anni fa, ma il danno si è dispiegato su scala generazionale. Oggi Guam è un caso di studio: cosa succede quando un predatore alieno colonizza un ecosistema isolato? Succede che la rete trofica si sfalda, che le piante perdono i loro impollinatori e dispersori di semi, che la foresta stessa cambia composizione. L’APHIS del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense lo scrive senza giri di parole: il serpente bruno «ha danneggiato in modo significativo l’economia e l’ecologia di Guam». Ma Guam non è un incidente isolato. È un assaggio, in scala ridotta, di un fenomeno che viaggia alla velocità del commercio globale.

Un conto da 400 miliardi

Il costo dell’invasione biologica va ben oltre il silenzio di una foresta. Secondo l’Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), il costo economico globale delle specie aliene invasive ha superato i 423 miliardi di dollari all’anno nel 2019. Una cifra che va letta con attenzione: è una stima per difetto, perché tiene conto solo dei danni documentabili — raccolti persi, infrastrutture danneggiate, costi di contenimento — e non del valore dei servizi ecosistemici compromessi, molto più difficile da quantificare.

Il trend è ancora più eloquente del dato assoluto. Le specie aliene invasive costano all’umanità più di 400 miliardi di dollari all’anno, un importo che — stando sempre ai dati IPBES — è quadruplicato ogni decennio dal 1970. Se nel 1970 il conto era di poche decine di miliardi, nel 2019 ha sfondato quota 400. Una curva che non accenna a piegarsi, alimentata dall’accelerazione dei trasporti e delle catene di approvvigionamento globali. Non è un caso che le specie aliene introdotte dalle attività umane in tutto il mondo siano ormai più di 37.000, come documentato dallo stesso rapporto IPBES.

Dietro i numeri c’è una geografia precisa. Non tutte le specie introdotte diventano invasive, ma quelle che ci riescono trovano negli ecosistemi più fragili — isole, laghi, bacini fluviali isolati — il terreno di conquista ideale. Guam ne è l’incarnazione più estrema, ma il copione si ripete con variazioni minime in decine di altri contesti. E se il costo quadruplica ogni dieci anni, la domanda non è se agire, ma se siamo già in ritardo.

Obiettivo -50%: basterà?

Di fronte a questa escalation, la comunità internazionale si è data un target. Il Target 6 del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel dicembre 2022 alla COP15, impegna i governi a ridurre del 50% l’introduzione di specie aliene invasive e a minimizzarne l’impatto. Sulla carta, è l’obiettivo più ambizioso mai formulato in questo ambito. Nella pratica, la domanda è un’altra: ridurre del 50% rispetto a cosa?

Il testo del Target 6 non specifica un anno di riferimento chiaro. E senza una baseline definita, il 50% rischia di essere un numero che ciascun Paese può interpretare a modo proprio. C’è poi il problema del come: contenere l’introduzione di specie aliene significa intervenire su rotte commerciali, protocolli di biosicurezza, controlli doganali. Tutte misure che richiedono investimenti pubblici, coordinamento internazionale e, soprattutto, tempi lunghi. Mentre le specie invasive viaggiano alla velocità di un container.

L’IPBES ha già avvertito, nel suo rapporto pubblicato a settembre 2023, che il fenomeno è «in crescita» e rappresenta una «minaccia costosa a livello mondiale». Il Target 6 è un impegno politico importante, ma tra l’impegno e l’implementazione passa tutto lo spazio che separa una conferenza internazionale da un porto commerciale. I prossimi mesi, con i primi report nazionali sull’avanzamento del Global Biodiversity Framework, diranno se il -50% è un obiettivo credibile o solo un numero stampato su un documento.

Tenere d’occhio quei report sarà essenziale. Perché se il costo continua a crescere al ritmo attuale — quadruplicando ogni decennio — nel 2030 potremmo trovarci a discutere non di 400 miliardi, ma di una cifra che supera il trilione. E a quel punto, il -50% non sarà più un target: sarà un miraggio. Guam, con i suoi dieci silenzi su tredici, continuerà a ricordarci come è cominciata.