La siccità ha prosciugato il lago Kariba e il sistema idroelettrico condiviso da Zambia e Zimbabwe
Nel 2024, lo Zambia dipendeva per più dell’80% dall’idroelettrico. Ha perso circa 1,3 miliardi di dollari per la crisi energetica: il 5% del prodotto interno lordo andato in fumo. Non per mancanza di domanda, ma per mancanza di pioggia. È il dato che racchiude la fragilità delle economie idro-dipendenti dell’Africa meridionale, ricostruita lo scorso luglio da un’analisi sulla siccità e sulla risposta energetica di due paesi confinanti. Una cifra che non emerge da un crollo della produzione industriale o da una crisi finanziaria, ma da qualcosa di più elementare: l’acqua che non arriva.
5% del PIL in fumo: il conto della siccità
La dipendenza era estrema. Più dell’80% della fornitura elettrica dello Zambia e circa la metà di quella dello Zimbabwe provenivano da fonti idroelettriche nel 2024, secondo PwC. Il complesso idroelettrico di Kariba, in funzione dal 1960, divide equamente l’elettricità generata tra i due paesi, come documentato dalla FAO. È un’infrastruttura costruita in un’epoca in cui il fiume Zambesi sembrava una risorsa stabile. Quando l’acqua manca, il sistema si ferma — e con lui le attività economiche che da quella rete dipendono.
Il fenomeno El Niño del 2023-24 ha intensificato le condizioni di siccità in tutta l’Africa meridionale, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale. Le precipitazioni ridotte hanno tagliato gli afflussi del fiume Zambesi nel lago Kariba. Il load shedding ha devastato i mezzi di sussistenza e ha colpito le già deboli economie di Zambia e Zimbabwe, come documentato dal Guardian già nel novembre 2024. La sequenza è chiara: meno pioggia, meno afflussi, meno produzione idroelettrica, blackout programmati, attività ferme.
Il conto economico lo sintetizza Trevor Hambayi, economista zambiano: circa 1,3 miliardi di dollari persi, l’equivalente del 5% del prodotto interno lordo. È un numero che va letto nel contesto: non è una stima di mancata crescita, è una perdita secca rispetto alla dimensione dell’economia. Per un paese già debole, il 5% di PIL pesa in modo strutturale. Davanti a un colpo simile, la reazione non poteva essere neutrale.
Il paradosso del carbone
Come hanno risposto i due paesi? Non con le rinnovabili, ma con il carbone. Secondo il rapporto Boom and Bust Coal 2026 del Global Energy Monitor, Zambia e Zimbabwe hanno rappresentato oltre due terzi di tutte le nuove proposte di centrali a carbone annunciate in Africa nel 2025. Un dato che va letto in chiave comparata: in un continente intero, due soli paesi concentrano la quasi totalità dello sviluppo del nuovo carbone. In Africa, lo sviluppo del carbone resta concentrato proprio in Zimbabwe e Zambia, che insieme coprono due terzi della nuova capacità proposta nella regione.
Il paradosso è duplice. Da un lato, la risposta alla siccità — un evento reso più probabile dal cambiamento climatico — è un aumento delle emissioni di CO₂. Dall’altro, l’alternativa esiste e resta marginale: in Zimbabwe, circa il 6-8% dell’elettricità proviene ora da sistemi di net-metering, secondo il Campaigns Manager di Power Shift Africa Kudakwashe Manjonjo. Il net-metering consente di generare elettricità con pannelli solari e immettere l’eccedenza nella rete nazionale, ma la sua quota è ancora piccola rispetto alla perdita idroelettrica. Se otto unità su dieci dipendevano dall’acqua, il 6-8% da pannelli solari non riequilibra nulla. E il carbone oggi non è solo una scelta energetica: è un’esposizione commerciale.
Il conto arriva da Bruxelles
Il carbone non è gratis. L’Unione Europea ha già messo un prezzo alle importazioni ad alta intensità di carbonio attraverso il Carbon Border Adjustment Mechanism — il CBAM. Secondo un’analisi del Centre for Inclusive Trade Policy, l’impatto del CBAM sarà più significativo per le esportazioni dei paesi meno sviluppati (LDC) e dei paesi a reddito medio-basso verso l’UE, in particolare per il Mozambico per l’alluminio e per Uzbekistan, Egitto, Ucraina, Zimbabwe e India per vari prodotti. La geografia è precisa: non colpisce in modo uniforme, ma si concentra su alcuni prodotti e alcuni paesi. Lo Zimbabwe compare direttamente nell’elenco — insieme a un vicino africano come il Mozambico e a economie con strutture produttive molto diverse. Per Harare, che oggi scommette sul carbone, la coincidenza è difficile da ignorare.
Per Zambia e Zimbabwe la vera incognita dei prossimi mesi non è la pioggia, ma il prezzo del carbonio alla frontiera. Il blackout da 1,3 miliardi di dollari è il primo capitolo di una storia più lunga: la svolta al carbone non li riporta al passato, li consegna a un mercato globale che ora prezza il carbonio. Il numero da osservare non è solo la precipitazione: è la quota di export africano che il CBAM renderà non competitivo. Il 5% di PIL andato in fumo è già un indicatore di quanto costa l’esposizione a un modello energetico fragile — prima ancora che arrivi il conto di Bruxelles.




