Wuhan ha evitato allagamenti con 300 progetti di città spugna realizzati in tre anni

Nell’estate del 2020, Wuhan ha incassato fino a 472,3 millimetri di pioggia in un solo giorno — un dato che in qualsiasi altra metropoli avrebbe prodotto titoli da disastro annunciato. Invece la città cinese da 13 milioni di abitanti non ha registrato allagamenti significativi. Il merito non è di un sistema fognario sovradimensionato, ma di un approccio progettuale che ha consentito, secondo le stime, un risparmio equivalente a oltre mezzo miliardo di euro rispetto al rinnovamento integrale delle condotte. È la città spugna — non una metafora ambientalista, ma una strategia di infrastruttura urbana con conti alla mano.

I numeri che contano: Wuhan e il crollo del paradigma fognario

Per capire cosa ha funzionato, bisogna tornare all’alluvione del giugno 2016. In una sola settimana cadde sulla città metà delle precipitazioni annue di Milano: il bilancio fu di 14 morti e danni economici stimati in 2,3 miliardi di yuan, circa 263 milioni di sterline dell’epoca. Interi quartieri rimasero isolati. Fu lo shock che spinse la municipalità a un’accelerazione senza precedenti: nel giro di tre anni, Wuhan ha completato circa 300 progetti di città spugna, dopo essere stata selezionata già nel 2015 tra le prime 16 città pilota dell’iniziativa nazionale cinese.

Il banco di prova è arrivato quattro anni dopo. Nell’estate 2020, con precipitazioni record che in alcune zone hanno toccato i 472,3 millimetri giornalieri — un volume d’acqua che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi rete fognaria tradizionale — Wuhan non ha subito inondazioni catastrofiche. Nessun quartiere isolato, nessuna infrastruttura critica sommersa. Il confronto con il 2016 dice una cosa precisa: i 300 interventi realizzati in 36 mesi avevano modificato la risposta idraulica dell’intera area urbana. Non con condotte più larghe, ma con una logica completamente diversa.

Il dato economico è quello che fa sobbalzare qualsiasi assessore ai lavori pubblici: secondo le stime, rispetto a un rinnovamento completo del sistema fognario per assorbire volumi di pioggia analoghi, l’approccio città spugna ha consentito un risparmio superiore al mezzo miliardo di euro. Non è un costo evitato una tantum: è il differenziale strutturale tra scavare e posare tubi di diametro crescente oppure ripensare la superficie urbana perché l’acqua non arrivi nemmeno alle condotte.

Ecologia più ingegneria: la formula cinese che l’Occidente non ha ancora copiato

Qui sta la differenza tecnica che separa le città spugna cinesi dal Low-Impact Development (LID) occidentale. Il LID lavora principalmente su concetti ingegneristici — pavimentazioni permeabili, bacini di detenzione, trincee drenanti. Le città spugna integrano invece il ripristino ecologico con le infrastrutture tecniche: zone umide ricostruite, corridoi verdi che seguono i bacini idrografici naturali, suoli riprogettati per tornare a infiltrare acqua invece di respingerla. Il principio è stato proposto per la prima volta negli anni ’90 dall’architetto paesaggista Kongjian Yu, professore al College of Architecture and Landscape dell’Università di Pechino.

Per anni l’idea è rimasta confinata al dibattito accademico. Poi, il 21 luglio 2012, un’alluvione colpì Pechino causando 79 morti. Fu quell’evento a spingere le autorità cinesi ad accettare il concetto e a trasformarlo in politica nazionale: nel 2014 il Partito Comunista Cinese e il Consiglio di Stato hanno adottato la città spugna come modello di sviluppo urbano, con il governo centrale che ha fissato il completamento del piano nazionale entro il 2030. Non si tratta di un programma sperimentale: è uno standard costruttivo con scadenze e obiettivi misurabili, applicato su scala metropolitana in decine di città.

L’eleganza tecnica sta nel rovesciamento del problema. Invece di chiedersi «quanto deve essere grande un tubo per smaltire 400 millimetri di pioggia in 24 ore», il progettista si chiede «quanta di quell’acqua posso evitare che entri nel tubo». Pavimentazioni permeabili, tetti verdi, rain garden e bacini di infiltrazione non sono decorazioni: sono componenti di un sistema idraulico distribuito che riduce il carico di picco sulla rete fognaria. L’infrastruttura grigia smaltisce solo la quota residua, quella che il tessuto urbano non riesce ad assorbire. Il risultato è che si può restare dentro i limiti di portata delle condotte esistenti anche con eventi meteorici una volta considerati eccezionali e oggi sempre più frequenti.

La lezione di Copenhagen: perché mezzo progetto è meglio di niente, ma non basta

Fuori dalla Cina, il caso più istruttivo è Copenhagen. Il 2 luglio 2011 una tempesta classificata come millenaria scaricò oltre 130 millimetri di pioggia in due ore sulla capitale danese, sommergendo l’ospedale principale, strade e attività commerciali per un totale di 1,8 miliardi di dollari di danni. La città, che da decenni investiva in pianificazione sostenibile, si scoprì del tutto impreparata alle piogge intense. Da quella debacle nacque il Cloudburst Management Plan, un progetto che applica principi analoghi a quelli della città spugna: piazze allagabili, canali verdi, aree di ritenzione superficiale.

Il piano doveva concludersi entro il 2032, ma è oggi a meno della metà del suo obiettivo. Eppure, stando agli esperti, Copenhagen è già in condizioni significativamente migliori per resistere a piogge torrenziali. Il messaggio è chiaro: non serve completare l’intero programma per ottenere benefici misurabili. Ogni intervento — una piazza che diventa bacino durante i nubifragi, una strada riconvertita in canale di scorrimento lento — aumenta la resilienza complessiva del sistema. È un lavoro incrementale, in cui il rendimento marginale del primo 30% degli interventi è molto più alto di quanto suggerisca la quota percentuale sul totale.

Restano i limiti di scala. Copenhagen conta poco più di 600.000 abitanti; Wuhan ne ha 13 milioni. La densità abitativa, il valore del suolo e la complessità amministrativa rendono la replicabilità tutt’altro che automatica. In una città europea media, riconvertire un incrocio stradale in un’area di infiltrazione significa negoziare con vigili del fuoco, trasporto pubblico, commercianti e residenti — un processo che richiede anni. La Cina ha potuto imporre il modello per via amministrativa dopo lo shock del 2012, con tempi di realizzazione che in Occidente restano impensabili. Ma il principio fisico non cambia: meno acqua entra in fogna, meno tubi bisogna sostituire. La resilienza si costruisce un cantiere alla volta, e i primi benefici arrivano molto prima del traguardo finale.