La specie era già comparsa nel 2016, ma ora le segnalazioni si concentrano nello Ionio, dove la rimozione locale funziona.
Dieci anni. Tanto è passato da quando il pesce leone, Pterois miles, è stato registrato per la prima volta nelle acque italiane. Lo ricostruisce la scheda che ISPRA dedica alle specie aliene: entrata nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, la specie ha fatto la sua prima apparizione italiana nel 2016. Eppure è solo adesso, con i dati diffusi a luglio, che le segnalazioni si moltiplicano. Concentrate in un mare che ribolle: lo Ionio.
Il paradosso sta tutto qui. Non è una specie nuova. E non è sola.
Dieci anni di avvistamenti ignorati
Il pesce palla maculato argentato, Lagocephalus sceleratus, è comparso per la prima volta nelle acque italiane già nel 2013. Anche lui è entrato attraverso il Canale di Suez. Il pesce coniglio scuro, Siganus luridus, addirittura nel 2003. Il pesce coniglio marmorizzato, Siganus rivulatus, nel 2015. Quattro specie aliene, quattro arrivi distribuiti nell’arco di tredici anni. Nessuna è una novità improvvisa.
Eppure l’allarme scatta solo adesso. La differenza non sta nell’arrivo dei pesci: sta nel ritmo delle segnalazioni. Il 2016 non è ieri, e la reazione è arrivata dopo. Anzi, molto dopo. E più la reazione tardava, più le specie continuavano a stabilirsi, a riprodursi, a occupare spazio. La domanda non è perché sono qui. È perché ci si accorge solo ora.
Lo Ionio, epicentro silenzioso
La risposta sta nei dati raccolti dal 2022, quando ISPRA ha avviato la campagna “Occhi aperti in mare”. L’obiettivo è far segnalare a pescatori, sub e cittadini la presenza dei quattro alieni invasivi nelle acque italiane. La campagna segue le edizioni già svolte dal 2022, e i numeri raccolti raccontano una storia più precisa di quanto suggerisca l’allarme generale.
Le segnalazioni e le catture sono in aumento, soprattutto per il pesce scorpione. Ma non ovunque allo stesso modo. Secondo Ernesto Azzurro, citato nell’aggiornamento di ISPRA, la maggior parte dei nuovi avvistamenti è concentrata nel Mar Ionio: un’area che, stando alle proiezioni climatiche, presenta il più alto rischio di aumento della vulnerabilità all’invasione da parte di questa specie tropicale. L’aumento non è uniforme. È concentrato. E la concentrazione non è un caso: è la geografia dell’invasione che diventa leggibile. Non più avvistamenti sporadici, ma numeri che crescono in un punto preciso.
Qui emerge anche un dato che ribalta la narrazione dell’invasione inarrestabile. Le rimozioni di routine tramite pesca subacquea con fucile possono sopprimere efficacemente le abbondanze locali di pesce leone. Lo indica uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science, che suggerisce anche di incoraggiare lo sviluppo di attività di pesca ricreativa e commerciale: uno strumento che può promuovere un controllo sostenibile a lungo termine della popolazione. In altre parole, il problema può diventare una risorsa. O almeno lo sarebbe, se la rimozione fosse praticata ovunque e con continuità. Non è una soluzione definitiva: è una strategia di contenimento. Funziona se non si ferma dopo la prima stagione.
Ma se la rimozione locale funziona, perché l’invasione non si ferma?
Fucili subacquei contro confini marittimi
I numeri dello Ionio raccontano di un controllo possibile, ma solo a scala locale. Il pesce leone non rispetta i confini marittimi. E una rimozione fatta bene davanti a una singola costa non basta, se il tratto di mare accanto non fa lo stesso. È qui che si gioca il futuro della gestione. Non è un problema di tecnica: la tecnica esiste, è alla portata di chiunque sappia immergersi con un fucile subacqueo. È un problema di coordinamento. E il coordinamento, nel Mediterraneo, non si improvvisa.
Lo stesso studio che dimostra l’efficacia della pesca subacquea lo dice senza giri di parole: serve cooperazione multinazionale per facilitare il coordinamento regionale di ricerca, controllo e gestione dell’invasione nel Mediterraneo. Parole precise, che però non hanno ancora un soggetto politico. Chi convoca? Chi finanzia? Con quali risorse e con che tempi? A queste domande, al momento, non c’è una risposta pubblica. Il contrasto è netto: da un lato una soluzione locale, a portata di subacqueo, che funziona. Dall’altro una necessità di cooperazione multinazionale che ancora non esiste.
Per chi vive di mare, la domanda non è se il pesce leone arriverà, ma se quando arriverà troverà una rete di coordinamento pronta. Il prossimo avvistamento potrebbe non essere più una notizia, ma un’abitudine.




