Il fattore di riduzione scenderebbe dal 4,4 al 3,7 per cento dal 2031, poi all’1,7 dal 2036.
Quando arriva il preventivo per un macchinario più efficiente o una bolletta energetica che non scende, nessuno pensa al mercato del carbonio. Eppure è lì che si decide quanto costa rinviare la transizione. L’Unione europea lo sa bene: il suo Emissions Trading System (ETS), lanciato nel 2005 come primo mercato del carbonio al mondo e oggi nella sua quarta fase di scambio (2021-2030), ha ridotto le emissioni dei settori coperti di oltre il 50 per cento dal 2005, mentre l’economia ha continuato a crescere. Lo ricorda la Commissione europea nel documento che definisce il quadro della Fase 5, pubblicato a fine luglio.
I numeri, del resto, spiegano perché l’ETS non è un’astrazione da addetti ai lavori. Dal 2013 il sistema ha raccolto oltre 270 miliardi di euro, con circa il 75 per cento assegnato agli Stati membri, e ha concesso allocazioni gratuite per un valore di 255 miliardi di euro. I settori industriali sono responsabili di circa il 47 per cento delle emissioni dell’EU ETS: quasi la metà del totale. L’aviazione rappresenta il 14 per cento delle emissioni dei trasporti dell’UE, ovvero circa il 4 per cento delle emissioni totali di CO2 dell’UE. E il meccanismo non è più un’eccezione europea: secondo la Banca Mondiale, circa il 30 per cento delle emissioni globali è coperto da un prezzo del carbonio, e la quota è in crescita.
Ma quei numeri raccontano solo il passato. La partita vera è sul ritmo futuro delle riduzioni.
Il paradosso della competitività
E qui arriva la proposta della Commissione, presentata a fine luglio. Il testo definisce il quadro giuridico per la Fase 5 del sistema (2031-2040), allineando l’ETS all’obiettivo dell’UE di ridurre del 90 per cento le emissioni nette di gas serra entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990, ed è descritta da ICAP come una delle revisioni più consequenziali del mercato del carbonio dal suo lancio nel 2005. Il punto caldo è il fattore di riduzione lineare, l’LRF: oggi è fissato al 4,3 per cento per il 2024-27 e al 4,4 per cento dal 2028. La Commissione propone invece un LRF del 3,7 per cento annuo per il periodo 2031-35 e dell’1,7 per cento dal 2036 in poi.
La differenza non è un dettaglio tecnico: rallentando quel ritmo di riduzione, la proposta consentirebbe di emettere 2 miliardi di tonnellate di CO2 in più, come calcola il WWF nella sua analisi della revisione. Nel nome della competitività, insomma, l’Europa accetterebbe di smaltire più lentamente una parte consistente del proprio inquinamento.
È qui che il paradosso diventa concreto. Alcune lobby dell’industria pesante, in particolare chimica e acciaio, hanno chiesto di indebolire l’ETS in nome della competitività. Chi ha già investito pesantemente nella decarbonizzazione mette in guardia dal modificare l’ETS, avvertendo che ciò minerebbe il caso economico degli investimenti a basse emissioni di carbonio. Tradotto in parole povere: chi ha rimandato spera che rallentare renda meno urgente muoversi; chi ha già pagato per impianti e processi più puliti rischia di scoprire che il vantaggio competitivo per cui ha investito vale meno del previsto. Se il prezzo del carbonio smette di spingere gli investimenti, a guadagnarci sono i ritardatari, non i pionieri.
Cosa conviene guardare adesso
Per chi deve decidere oggi un investimento industriale, la domanda non è cosa dice l’annuncio ma quali segnali resteranno. E qui ci sono due elementi pratici. Il primo: l’UE e il Regno Unito hanno raggiunto nei mesi scorsi un accordo di collegamento tra i rispettivi mercati del carbonio. Una volta implementato, i permessi emessi nell’ambito dell’EU ETS o dell’UK ETS saranno reciprocamente riconosciuti per la conformità in entrambi i sistemi. Il collegamento dovrebbe creare le condizioni per esenzioni reciproche dai rispettivi meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere (i cosiddetti CBAM), subordinate alla conformità con la legislazione pertinente.
Tradotto: per un’azienda che commercia tra UE e Regno Unito, un unico prezzo del carbonio su due mercati collegati è una semplificazione concreta, non un orpello normativo. Il secondo elemento è la stabilità stessa del quadro. Già nel giugno 2023, Parlamento europeo e Consiglio dell’UE hanno approvato tutte le proposte relative all’ETS, rendendole legge: la macchina decisionale europea, per quanto lenta, arriva a conclusioni vincolanti. Un punto e sette per cento può sembrare poco: è però il ritmo con cui l’Europa smette di inquinare dal 2036 in poi, se la proposta passerà così com’è.
Chi pianifica la transizione non può inseguire gli annunci: deve guardare ai segnali di prezzo e ai collegamenti tra sistemi. La stabilità normativa è il vero incentivo, non il rallentamento. Il carbonio resta un costo che qualcuno pagherà sempre. La vera domanda è se lo paghi adesso, con un investimento, o più tardi, con un mercato che premia chi ha aspettato troppo a lungo.




