A metà luglio la Commissione europea ha proposto una revisione mirata del sistema ETS, con l’obiettivo di rafforzare la competitività industriale e sostenere il traguardo climatico del 2040. Quel traguardo è una riduzione netta delle emissioni del 90%, come indica il quadro politico delineato dalla Commissione. Dentro la proposta c’è una curva che rallenta quando dovrebbe accelerare: secondo quanto previsto dalla proposta, il fattore di riduzione lineare passa dal 3,7% annuo nel periodo 2031-2035 all’1,7% dal 2036 in poi.

Il freno nascosto nell’ETS

Il confronto è tutto interno allo stesso testo: il documento che fissa il 3,7% annuo per il quinquennio 2031-2035 dimezza il ritmo dal 2036. Non è un dettaglio tecnico. Il fattore di riduzione lineare è il meccanismo che decide di quanto si restringe ogni anno il tetto alle emissioni, cioè quanto ossigeno resta ai settori regolati. È la spina dorsale del mercato del carbonio europeo.

La Commissione spiega che un tasso più piatto è coerente con l’obiettivo di una riduzione netta del 90% entro il 2040, di cui almeno l’85% domestica. Ma è una coerenza che va letta con attenzione: se il tetto scende più lentamente dal 2036 in poi, il grosso dello sforzo si concentra nel quinquennio precedente. La credibilità dell’intero impianto si gioca quindi su un intervallo di cinque anni, lasciando al decennio successivo margini molto più larghi.

Il cortocircuito tra l’ambizione dichiarata e la sua applicazione è ancora più visibile nelle regole che, da agosto, toccano scaffali e cantieri.

La stretta quotidiana: PFAS, imballaggi e cantieri in ritardo

Il regolamento su imballaggi e rifiuti di imballaggio, il PPWR, è applicabile in tutta l’Unione dal 12 agosto scorso. Non è una promessa: è una norma in vigore da tre settimane. Il PPWR tocca direttamente produzione e distribuzione e la sua entrata in vigore non è stata rinviata. Nello stesso giro di giorni è scattato anche un divieto che tocca il consumatore finale: gli imballaggi a contatto con alimenti contenenti PFAS sopra limiti rigorosi non possono più essere immessi sul mercato dell’UE. Chi li produceva o li importava ha dovuto fermarsi, o adeguarsi, nel giro di poche settimane.

Il contrasto è netto: da un lato l’Unione impone restrizioni che valgono da subito, dall’altro chiede agli Stati un recepimento che non arriva. La domanda che resta aperta è se la Commissione riuscirà a trasformare le procedure d’infrazione in conformità reale. Se ventisette governi su ventisette mancano una scadenza di recepimento, il problema non è di un singolo Stato, ma della capacità dell’Unione di far rispettare le proprie regole. Il meccanismo sanzionatorio esiste, ma la sua efficacia si misura nei tempi: un’infrazione può richiedere anni prima di produrre effetti.

Il numero da tenere d’occhio

Se il presente è fatto di divieti e infrazioni, il futuro si legge nei mercati. Per i settori coperti dal meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il CBAM, lo strumento pensato per gestire il rischio residuo di rilocalizzazione delle emissioni, la proposta prevede di reintrodurre dal 2028 il 15% delle quote gratuite eliminate gradualmente, estendendo la fase di eliminazione fino al 2038. Reintrodurre quote gratuite significa alleggerire il costo per i produttori europei, ma anche allungare la transizione.

E questo accade mentre l’Unione fatica già a raggiungere l’obiettivo intermedio del 2030, che prevede una riduzione delle emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990. Il numero da guardare, allora, non è il 90% del 2040. È l’1,7% del fattore di riduzione lineare post-2035. La domanda è semplice: se quel ritmo dimezzato sarà confermato, quale credibilità potrà rivendicare l’Unione sulle promesse del 2040?