L’accensione anticipata del nuovo impianto a gas metano ha scavalcato le procedure del Clean Air Act

La combinazione inquinante

I numeri sono quelli di una centrale che non ha nulla da invidiare ai peggiori impianti del secolo scorso. Secondo i dati diffusi dalle associazioni ambientaliste, il Cumberland Fossil Plant e il nuovo Cumberland Gas Plant — entrambi nella contea di Stewart, Tennessee — emetteranno ogni anno 4.700 tonnellate di ossidi di azoto, 8.000 tonnellate di anidride solforosa e 1.500 tonnellate di particolato fine. Una combinazione che mescola il residuo fossile del carbone con l’addizione di un impianto a gas metano, acceso senza aver prima ottenuto il cosiddetto «major source permit», l’autorizzazione che il Clean Air Act impone per le grandi fonti stazionarie di inquinamento.

La TVA ha completato la costruzione dell’impianto a gas e, stando a quanto riportato, ha iniziato a farlo funzionare prima di ricevere il permesso. Un dettaglio procedurale, si potrebbe pensare. Ma è esattamente quel dettaglio a segnare il confine tra un’azienda pubblica che rispetta le regole e una che sceglie di correre più veloce dei controlli, sapendo che le conseguenze sanitarie e ambientali ricadranno altrove.

Il voltafaccia

Dietro quelle tonnellate di inquinanti c’è una storia di impegni cancellati e procedure aggirate. Lo scorso febbraio, la Tennessee Valley Authority ha annullato la promessa di chiudere le centrali a carbone di Kingston e Cumberland: una marcia indietro che il Southern Environmental Law Center ha definito «un bait and switch», un’esca per poi cambiare le carte in tavola. La decisione è stata pubblicata in due Supplemental Environmental Impact Statements caricati sul sito dell’azienda, senza alcuna notifica al pubblico e senza concedere un periodo di commento. Nessuna audizione, nessun avviso, nessuno spazio per obiezioni. La TVA ha semplicemente aggiornato una pagina web e si è rimessa al lavoro.

Non si tratta di un ritardo tecnico o di un ripensamento guidato da nuove valutazioni ambientali. È un’inversione secca di una promessa pubblica, consumata nel giro di pochi mesi e senza il passaggio democratico che ci si aspetterebbe da un’azienda federale. La TVA non ha detto: «Abbiamo cambiato idea, discutiamone». Ha preso la decisione, l’ha scritta in un documento supplementare e ha spento ogni possibilità di contraddittorio. Poi, a giugno, ha acceso il gas.

Il Clean Air Act, la legge federale che dovrebbe garantire la qualità dell’aria, prevede che un impianto come il Cumberland Gas Plant ottenga un permesso «major source» prima di entrare in funzione. È un passaggio che serve a fissare limiti, tecnologie di abbattimento e obblighi di monitoraggio. La TVA ha ignorato la sequenza: prima costruisci, poi chiedi il permesso, infine accendi. Qui l’accensione è arrivata prima del permesso. In altri settori si chiama abuso edilizio; nell’energia, a quanto pare, si chiama flessibilità operativa.

Il risultato è che le tonnellate di ossidi di azoto, anidride solforosa e polveri sottili entrano nell’aria senza che ci sia un quadro autorizzativo completo. E senza che qualcuno abbia potuto dire la sua. Se le regole servono a proteggere, qui la protezione è stata sospesa per fare spazio alla produzione.

Chi respira il conto?

Se le procedure non hanno fermato la TVA, a pagare saranno i cittadini. Le comunità che vivono intorno al complesso di Cumberland respirano da decenni l’aria di una delle più grandi centrali a carbone del paese, e ora vedono aggiungersi un impianto a gas che ne prolunga l’eredità tossica. Associazioni come Appalachian Voices, il Center for Biological Diversity e il Sierra Club hanno annunciato la minaccia di una causa per violazione del Clean Air Act, con il SELC in prima linea nel rappresentare chi si oppone. Ma la strada legale richiede tempo, e nel frattempo i camini fumano.

Il punto non è solo l’inquinamento aggiuntivo, già documentato dai dati sulle emissioni annuali. È l’assenza di qualsiasi strumento che abbia funzionato: la promessa di chiusura è stata ritirata senza dibattito, il permesso è stato aggirato con un’accensione anticipata, e il controllo democratico è stato ridotto a zero. La TVA è un’azienda pubblica federale, non un operatore privato che risponde agli azionisti. Dovrebbe essere il braccio operativo di una politica energetica nazionale, non un soggetto che decide da solo quando tener fede agli impegni e quando infrangerli.

Resta una domanda aperta su cosa faranno ora le agenzie di regolazione. L’Environmental Protection Agency ha gli strumenti per intervenire, ma serve volontà politica. E in un momento in cui la transizione energetica è al centro del dibattito, vedere un’azienda federale riaccendere il carbone e accendere il gas senza permesso manda un segnale preciso: gli annunci contano, ma molto meno di quanto contino i megawattora prodotti domani mattina.

Con i camini accesi nel silenzio della legge, la questione non è se qualcuno fermerà la TVA. È se qualcuno ha ancora il potere e la volontà di farlo, o se la transizione energetica resterà soltanto un annuncio che si piega alla prima convenienza operativa.