Le nuove norme riprendono quelle del 2019 già annullate da un tribunale federale, ma entrano in vigore subito

Lo scorso 21 luglio, i gruppi ambientalisti hanno notificato all’amministrazione Trump l’intenzione di impugnare due modifiche regolamentari che indeboliscono l’Endangered Species Act. Le due regole erano state finalizzate quel giorno. Il dato controintuitivo è un altro: non sono norme inedite. Riprendono, nei contenuti, le modifiche del 2019 che una corte federale aveva già annullato. Non è un errore di calendario, ma il tentativo di riemanare regole identiche nella speranza che il contenzioso richieda anni.

La prima delle due regole priva le specie minacciate appena inserite in lista della protezione automatica dal cosiddetto “take”, cioè dall’uccisione, dalla cattura e dalle altre forme di prelievo vietate dalla legge. La seconda assegna un peso sproporzionato alle considerazioni economiche quando il governo federale decide se proteggere una specie in via di estinzione o un habitat critico. Tecnicamente sembrano dettagli. In pratica spostano il punto di equilibrio: prima contava la scienza, ora contano anche i costi.

Il ritorno delle regole già bocciate

Nel 2019, la prima amministrazione Trump aveva già eliminato le protezioni automatiche per le specie minacciate di recente inserimento in lista e aveva reso più semplice considerare i costi economici nelle decisioni sulla protezione. Un tribunale federale ha poi ripristinato le protezioni chiave dell’Endangered Species Act, annullando quegli attacchi e ostacolando i tentativi dell’amministrazione di ripristinare le modifiche del 2019. La sentenza, spiega Earthjustice, obbliga l’amministrazione a considerare il ragionamento della corte prima di procedere.

È qui che si spiega la vulnerabilità giuridica delle due regole finalizzate il 21 luglio. L’amministrazione non ha cambiato approccio: sta riproponendo le stesse modifiche già bocciate. La loro forza non sta nella solidità del quadro normativo, ma nell’operatività immediata. Possono produrre effetti concreti molto prima che un giudice si pronunci di nuovo.

Dove si gioca davvero la protezione

La risposta al paradosso sta in un dettaglio che raramente arriva ai titoli: lo statuto fissa i principi, ma il livello effettivo di protezione delle specie minacciate e in pericolo dipende dai regolamenti delle agenzie piuttosto che dallo statuto stesso. È il livello regolamentare a decidere, per esempio, se una specie appena elencata riceve subito la protezione dal “take” o se deve attendere valutazioni successive.

Per questo le due regole del 2026 sono al tempo stesso fragili e operative. Fragili, perché replicano scelte che una corte ha già annullato e che dovranno superare di nuovo il vaglio giudiziario. Operative, perché entrano in vigore prima della sentenza e possono orientare le decisioni delle agenzie nel tempo che serve per arrivare al giudizio finale. È una scommessa sul calendario: se il precedente del 2019 regge, le regole potranno cadere di nuovo, ma solo dopo anni di applicazione.

Specie e habitat nel frattempo

Il conto lo pagano le specie, prima ancora dei tribunali. A luglio l’amministrazione Trump ha annullato decenni di norme ambientali che proteggevano le specie in via di estinzione, aprendo gli habitat sensibili a trivellazioni, miniere, agricoltura e sviluppo immobiliare, secondo la CNN. In questo quadro, le tutele legali diventano più difficili da ottenere.

Secondo Sivas, specie come il gufo maculato settentrionale — che dipende dalle foreste mature — e carnivori ad ampio raggio come il lupo grigio e la lince canadese, la cui sopravvivenza richiede habitat ampi e connessi, saranno più difficili da proteggere legalmente dopo i cambiamenti normativi. Non è una questione astratta: «Senza habitat, non esistono specie selvatiche», sintetizza Sivas.

E qui entra la variabile tempo. Le controversie legali richiedono anni e, nel frattempo, l’habitat può essere distrutto legalmente. Il numero da tenere d’occhio, quindi, non è la quantità di regole finalizzate lo scorso 21 luglio. È il tempo che intercorre tra quella data e la prima sentenza. Se i precedenti del 2019 reggono, le due regole potrebbero cadere di nuovo. Ma nel frattempo, per alcune specie, il danno potrebbe essere già avvenuto.