IUCN 2025: traslocazioni responsabili con precauzione, ma i conservazionisti sono divisi

Un pastore nella contea di Baringo, in Kenya, esce all’alba e non trova pascolo: solo arbusti spinosi che non ha mai piantato. È la Neltuma juliflora, una pianta che oggi occupa il 18% della contea e il 12% dell’Etiopia, ritenuta impossibile da eradicare e considerata una delle specie invasive più problematiche al mondo. A fine luglio, un commento dedicato alle traslocazioni di fauna selvatica metteva in fila questi numeri per dire una cosa semplice: l’equilibrio sta cambiando sotto i nostri occhi, e la conservazione non può più permettersi né di voltarsi dall’altra parte né di giocare d’azzardo.

Il paesaggio che tradisce, un dato alla volta

I numeri del degrado sono già lì, visibili a chi li cerca. La Neltuma juliflora non è l’unico segnale. Nella riserva di Shimba Hills, sempre in Kenya, la popolazione di antilopi sable è scesa da centinaia di esemplari a meno di 50: un crollo silenzioso che racconta una perdita di biodiversità reale, non una previsione. E poi c’è il caso dell’hirola, un’antilope che tra gli anni Sessanta e oggi è passata da decine di migliaia di individui a probabilmente meno di 500, per colpa soprattutto di caccia, siccità e perdita di habitat. La popolazione in Somalia è ormai ritenuta scomparsa.

Ma i numeri da soli non dicono come si è arrivati fin qui, né se esista una via d’uscita. Ed è qui che arriva il controesempio che complica il quadro: tra il 1963 e il 1996, 77 hirola sono stati trasferiti nel Tsavo East National Park come popolazione precauzionale. Oggi, in quel parco, gli hirola sono ancora circa 75 individui. In un contesto di declino generale, quella traslocazione ha funzionato come una rete di sicurezza: non ha fermato il declino della specie, ma ha garantito una popolazione di riserva.

Le regole della traslocazione, tra precauzione e paradossi

Dai numeri alle decisioni: cosa prevedono oggi le linee guida per non ripetere gli errori del passato? Già nel giugno 2025, come si legge in una nota delle linee guida IUCN, l’importazione di specie non native viene classificata come un “rischio critico”, da affrontare solo in circostanze eccezionali molto limitate. La distinzione che conta, però, è tra traslocazioni responsabili e irresponsabili. Le prime seguono il principio di precauzione: mirano a massimizzare il benessere degli organismi rilasciati, evitando rischi inaccettabili per la biodiversità e le comunità umane. Le seconde — come il rilascio di animali esotici, di specie non identificate o di individui non sottoposti a screening sanitario — hanno causato danni seri, dalla trasmissione di agenti patogeni letali alla diffusione di specie invasive. In pratica: non è la traslocazione in sé a essere buona o cattiva, è il modo in cui viene preparata e condotta.

Il paradosso arriva guardando ai precedenti storici. Prendiamo la Georgia del Sud, nell’Atlantico meridionale: qui la popolazione di renne introdotta sull’isola è arrivata a occupare almeno un terzo della superficie vegetata. Un’introduzione che ha ridisegnato un territorio, portando un animale dove non era mai stato e costringendo poi a piani di eradicazione. Ecco il nodo di fondo: quando una scelta “diversa” smette di essere un azzardo e diventa necessità? I casi come l’hirola dimostrano che alcune traslocazioni funzionano; la renna e la Neltuma dimostrano che altre sfuggono di mano.

Tre decenni di dibattito: spostare o non spostare?

Il paradosso apre una domanda che da trent’anni divide i conservazionisti. Il dibattito sull’opportunità di spostare le specie per favorirne la sopravvivenza va avanti da tre decenni; come ricostruito in un’analisi pubblicata da Yale Environment 360, è un confronto alimentato più da differenze filosofiche che da differenze di fatto. C’è chi vede nella colonizzazione assistita un modo proattivo di pensare alla conservazione in un mondo che cambia, in contrasto con approcci più reattivi come le reintroduzioni di specie. Due filosofie che partono dagli stessi dati e arrivano a conclusioni opposte.

Per chi osserva da fuori, la risposta non sta in un comunicato ma in criteri informati e verificabili. Per ogni traslocazione proposta — che sia per salvare un’antilope o per ripopolare un’isola — il minimo da pretendere è questo: dati sul campo, screening sanitario sugli individui da spostare e una valutazione onesta dei rischi per la biodiversità e le comunità locali. Solo così la conservazione diventa pratica, non ideologia.