L’Europa fatica a elettrificare trasporti e riscaldamento, settori chiave per la sicurezza energetica
L’8 luglio 2026, mentre il Golfo tornava a infiammarsi, l’Europa si scopriva con appena il 23 per cento dei consumi energetici coperto dall’elettricità, come emerge dalle cifre rese note dal capo Iea. Un paradosso tagliente per un continente che da anni rivendica la leadership della transizione.
Secondo i numeri del Global EV Outlook 2026, le vendite di auto elettriche nell’Ue sono cresciute del 30% nel 2025, raggiungendo il 28% del totale.
Un passo avanti, certo. Ma la Cina nello stesso anno sfiorava il 55%, come si legge nello stesso rapporto dell’Iea, e le case cinesi fornivano il 60% di tutte le auto elettriche vendute nel mondo, secondo il Global EV Outlook 2026. Non solo: Cina, Giappone e Corea del Sud hanno già superato il 30% di elettrificazione dei consumi totali, come riporta la disamina di CleanTechnica, mentre Bruxelles arranca.
Intanto la tensione sul fronte petrolifero sale. L’Oil Market Report di luglio 2026 mette nero su bianco l’escalation del 7-8 luglio, che offusca le prospettive. A peggiorare il quadro, come annota lo stesso rapporto Iea, ci sono gli attacchi ucraini alle raffinerie russe e le rinnovate ostilità nel Golfo, che stanno prosciugando le scorte di prodotti raffinati.
Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, non usa giri di parole. In una lunga intervista a CleanTechnica, ha bollato la strategia europea come «un grave errore». E ha aggiunto: «Mi sarei aspettato un’Europa più reattiva a questa crisi».
Già a marzo, l’appello al telelavoro dell’Iea per fronteggiare la guerra Usa-Iran suonava come un allarme. Inascoltato. Oggi, mentre il greggio torna a correre, il commissario europeo all’energia Dan Jorgenson ha ammesso, sempre nell’intervista a CleanTechnica, che trasporti, riscaldamento e industria «rimangono dipendenti dai combustibili fossili importati».
Perché Bruxelles festeggia mentre Pechino accelera
L’aumento del 30% delle immatricolazioni elettriche europee è un dato reale, ma va letto con il termometro giusto. La Cina non solo ha superato il 50% di quota elettrica, ma ha costruito una filiera che oggi controlla la maggioranza del mercato globale. Il Vecchio Continente, invece, discute ancora di come ripartire gli incentivi, con il risultato che ogni scossa petrolifera trova le famiglie e le imprese esposte.
La dipendenza nascosta dietro le etichette green
La dichiarazione di Jorgenson è un’ammissione che pesa. Nonostante gli sforzi sulle rinnovabili elettriche, i settori che consumano più energia — trasporti, riscaldamento, industria — restano incollati a gas e petrolio. L’elettrificazione diretta, quella che farebbe davvero la differenza in caso di shock petrolifero, langue. E non è un caso che Birol parli di «errore strategico».
E se il petrolio schizzasse domani?
Con il Golfo in ebollizione e le raffinerie russe sotto tiro, lo scenario di un nuovo shock dei prezzi non è fantapolitica. L’Europa ha già sperimentato cosa significa dipendere da forniture esterne: bollette alle stelle, industria in affanno, tensioni sociali. Ma mentre la Cina accelera sull’elettrico per blindare la propria domanda interna, Bruxelles temporeggia. La domanda non è se il prossimo shock arriverà, ma se l’Europa sarà ancora in tempo a non farsi trovare impreparata.




