Il prezzo del petrolio crolla per la debolezza economica, non per le rinnovabili
A metà luglio 2026, con il barile di greggio scambiato due dollari sotto il livello dei prezzi pre-bellico, la politica europea tira un sospiro di sollievo. La benzina costa meno, le bollette sembrano più leggere e il panico da embargo è un ricordo sbiadito. Peccato che proprio mentre i governi aprono lo champagne, l’Agenzia internazionale dell’energia stia urlando in un megafono che l’Europa sta ballando sul tetto di una polveriera.
Il ragionamento è tanto semplice quanto scomodo. Il prezzo del petrolio è crollato non per un eccesso di virtù green, ma per un crollo della domanda globale che quest’anno dovrebbe segnare un meno un milione di barili al giorno, stando alle stime contenute nell’Oil Market Report di luglio 2026. Un’economia mondiale che tossisce, non una conversione di massa alle rinnovabili, ha regalato ai ministri delle Finanze questo bonus inatteso.
È il barile a saldo: illude, anestetizza, ma non risana.
La sbornia da 68 dollari
I numeri fanno girare la testa. Il tracollo del North Sea Dated a giugno è stato verticale: ventidue dollari in meno in un mese, fino a schiantarsi a circa 68 dollari al barile. Un tonfo da trentuno dollari che ha riportato i listini sotto i valori della vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina. Il messaggio implicito che circola nei palazzi è: la tempesta è passata. E invece il mercato si muove già per punire questa lettura pigra. L’analisi del surplus di offerta nel Oil Market Report prevede che la bilancia torni in eccesso di greggio entro fine anno, ma aggiunge un dettaglio che trasforma un sollievo in un avvertimento: la domanda mondiale di petrolio è prevista in rimbalzo di due milioni di barili al giorno nel 2027. Se l’Europa arriverà a quel bivio con la stessa, identica dipendenza dai fossili, sarà crisi nuda e cruda.
Quella guerra di cui non si parla più
Due eventi recenti misurano la distanza tra la retorica e la realtà. Il primo: a marzo 2026, con le petroliere nel Golfo a fuoco e lo scontro USA-Iran deflagrato, la stessa Iea era arrivata a chiedere ai cittadini europei di ridurre gli spostamenti e lavorare da casa, come documentato in un’analisi delle critiche dell’Iea all’Europa per lenta elettrificazione. Un piano di emergenza da razionamento dei consumi, travestito da raccomandazione. Appena quattro mesi dopo, con la benzina che costa meno, quell’ansia è evaporata. Il secondo: questa settimana, come nota il Oil Market Report menziona tensioni geopolitiche nei resoconti sugli scambi di fuoco ancora in corso nel Golfo Persico, a ricordarci che l’accordo di pace stabile resta una chimera. Il legame tra polveriera mediorientale e prezzo alla pompa non si è spezzato: è solo momentaneamente allentato.
Il peccato originale della tassazione
Qui si arriva al cuore della partita europea. L’elettricità rappresenta solo un misero 23 per cento del consumo energetico totale dell’Unione, come ricordato dal direttore esecutivo dell’Iea nelle sue recenti critiche Iea alla politica energetica europea. Il resto è idrocarburi. Non si tratta di un ritardo tecnologico: le auto elettriche corrono, con le immatricolazioni globali cresciute del 20 per cento nel 2025 fino a superare i 20 milioni di unità, come certifica l’Executive Summary del Global EV Outlook 2026, e con un quarto di tutte le auto nuove vendute nel mondo ormai elettrico, secondo i dati del Global EV Outlook 2026. Il problema è un altro: il quadro regolatorio punisce l’elettrone rispetto alla molecola. In quasi tutti gli Stati membri, l’energia elettrica è più tassata dei carburanti fossili. Il segnale di prezzo spinge esattamente nella direzione opposta alla transizione.
La Commissione europea, che presenterà la prossima settimana una serie di proposte legislative, ci proverà a raddrizzare la barra. L’idea portante è obbligare gli Stati a tassare l’elettricità meno dei combustibili fossili, rompendo un tabù fiscale vecchio di decenni. L’obbligo di una minore tassazione sull’elettricità rispetto ai fossili sarà accompagnato da pacchetti di stimolo per pompe di calore e veicoli a batteria: i sostegni verdi previsti dal piano UE puntano a colmare il differenziale di costo iniziale che ancora frena le famiglie. Ma tra l’annuncio politico di un Commissario, il testo vincolante di una Direttiva e l’attuazione reale da parte di un ministro nazionale passano anni e veti incrociati. Ogni governo sarà tentato di difendere il gettito garantito dalle accise sui carburanti.
La lezione della guerra in Ucraina, che costrinse l’Europa a uno sforzo di risparmio energetico senza precedenti, sembra già finita in un cassetto. Il prezzo basso del greggio conta più di qualsiasi allarme lanciato da un’agenzia intergovernativa. E così, mentre le cannoniere continuano a scambiarsi colpi nello Stretto di Hormuz, il Vecchio Continente festeggia uno sconto che non dipende dalle sue scelte. Cosa succederà quando la domanda globale tornerà a correre?




