Con il 70% del territorio già dichiarato non idoneo, la regione deve installare oltre 600 MW l’anno

Il paradosso toscano

Con il 51% del fabbisogno energetico coperto da fonti pulite, la Toscana sembra un modello virtuoso. Lo scorso 22 giugno, presentando i dati diffusi dalla Regione, il presidente Eugenio Giani ha rivendicato il quarto posto tra le regioni italiane per quantità di energia rinnovabile prodotta — superata solo da Lombardia, Lazio e Veneto, territori con una popolazione ben più numerosa.

Ma quella percentuale racconta solo metà della storia. A fine 2024, secondo i dati resi noti da Legambiente, la Toscana aveva installato appena 587 megawatt di nuova potenza rinnovabile, pari al 13,8% dell’obiettivo fissato, con un ritardo di 80 MW rispetto alle previsioni che indicavano 667 MW. La regione è tra le ultime in Italia per nuova potenza installata: un cortocircuito che suona come un campanello d’allarme, considerando che l’obiettivo al 2030 — ha ricordato il consigliere regionale David Barontini — è raggiungere almeno 4,25 gigawatt aggiuntivi di rinnovabili rispetto alla baseline del 2020. Come si spiega questo scarto tra l’immagine verde e la realtà dei numeri?

Il nodo irrisolto: territorio e legge

La risposta è in parte geografica e in parte normativa. Già nel 2025, il 70% del territorio toscano è stato dichiarato non idoneo per l’installazione di nuovi impianti rinnovabili, come documentato nell’analisi delle aree non idonee pubblicata nei mesi scorsi. Significa che su dieci ettari di suolo regionale, sette sono preclusi a qualsiasi nuovo parco fotovoltaico o eolico: un vincolo che restringe drasticamente il perimetro entro cui gli operatori possono muoversi.

Su questo quadro già complesso si è innestata la legge n. 4/2026, che ha convertito e modificato il D.L. n. 175/2025 introducendo innovazioni significative alla disciplina nazionale delle Aree idonee per gli impianti a fonti rinnovabili. Le modifiche hanno ridisegnato i criteri di ammissibilità territoriale, con un impatto diretto sulla proposta di legge regionale toscana che il pacchetto semplificazioni avrebbe dovuto completare. Per chi sviluppa progetti, l’incertezza è duplice: da un lato i vincoli geografici ereditati dalla classificazione del 2025, dall’altro un quadro legislativo in evoluzione che rende difficile pianificare investimenti su un orizzonte di medio periodo.

La sfida dei 4.250 MW: a che punto siamo davvero

Nonostante il quadro critico, la Regione mantiene l’asticella alta. Giani ha indicato l’obiettivo di 6.150 GW complessivi al 2030, mentre Barontini ha quantificato in almeno 4,25 gigawatt la potenza aggiuntiva da installare. I numeri, depurati dalla retorica, descrivono una salita ripida: con 587 MW installati a fine 2024, restano da realizzare oltre 3.660 MW in meno di sei anni — una media superiore a 600 MW all’anno, dieci volte il ritmo tenuto finora.

La forbice tra ambizione e realtà è ampia soprattutto se confrontata con il dato di partenza: la Toscana copre già il 51% del proprio fabbisogno con fonti pulite, un risultato che la colloca tra le regioni più virtuose d’Italia. Ma quel 51% è frutto di un parco impianti in gran parte costruito negli anni passati, quando i vincoli territoriali erano meno stringenti e le procedure autorizzative più snelle. Oggi, con la gran parte del suolo regionale preclusa e una normativa in fase di assestamento, replicare quei tassi di crescita appare tutt’altro che scontato.

Riuscirà la Toscana a uscire dal paradosso o resterà un gigante dai piedi d’argilla? Per chi installa e gestisce impianti, il messaggio è chiaro: senza un cambio di passo nella designazione delle aree idonee, anche le migliori tecnologie — moduli fotovoltaici ad alta efficienza, aerogeneratori di ultima generazione, sistemi di accumulo — resteranno al palo. La partita si gioca sul filo dei decreti attuativi, e il 2030 è un orizzonte che non concede margini per ulteriori ripensamenti.