La regione dovrà dimezzare i rifiuti in discarica entro il 2030 per rispettare i target europei

Nel 2024 la Toscana ha spedito 844 mila tonnellate di rifiuti in discarica, il 34% dei circa 2,1 milioni di tonnellate prodotti in un anno. Un numero che, da solo, racconta una dipendenza pesante, destinata a scontrarsi con un muro normativo già scritto. Entro il 2035 la Direttiva europea sulle discariche impone un tetto del 10% per i rifiuti urbani, con uno scalino intermedio fissato dal Piano regionale toscano: non oltre il 20% già al 2030. Significa che, nel giro di meno di un decennio, la quota da avviare a smaltimento diretto deve più che dimezzarsi, e nei cinque anni successivi ridursi ancora di due terzi.

Il cronoprogramma, a guardare i dati ISPRA, è già in ritardo. Per passare dall’attuale 34% al 20% del 2030, la Toscana deve tagliare circa 300 mila tonnellate annue di rifiuti conferiti in discarica. E non bastano le pur necessarie politiche di prevenzione: la produzione pro capite in Europa balla tra i 305 chilogrammi annui della Romania e i 782 dell’Austria, con una tendenza strutturale alla riduzione del conferimento in discarica in tutti i Paesi membri, ma senza miracoli. La forbice da chiudere resta ampia, e i tempi stretti.

Il modello del Nord Europa

Appena oltre il Brennero, il quadro cambia radicalmente. Olanda, Danimarca, Germania e i paesi scandinavi hanno portato la discarica a percentuali minime, in qualche caso vicino allo zero, combinando due leve: raccolta differenziata spinta e trattamento termico dei rifiuti residui. Non esiste un solo grande paese industriale che abbia costruito la propria autosufficienza impiantistica affidandosi esclusivamente a impianti a freddo e differenziata. Lo ricordava pochi giorni fa Confservizi Cispel Toscana, in un passaggio che smonta un equivoco ricorrente nel dibattito italiano: il termico non è un’alternativa alla differenziata, ne è il completamento obbligato per la frazione che non si può recuperare altrimenti.

La logica è scritta nella stessa normativa europea. Dal 2030, i rifiuti adatti al riciclo o al recupero energetico non potranno più essere conferiti in discarica. Questo significa che anche la quota di rifiuto urbano indifferenziato, oggi in parte ancora smaltita direttamente, dovrà essere pretrattata in impianti capaci di estrarre valore energetico e ridurre volume e pericolosità del residuo finale. Nei paesi del Nord Europa, l’ossidazione termica — incenerimento con recupero energetico — è stata programmata, autorizzata e costruita nell’arco di due decenni, spesso integrandola con reti di teleriscaldamento urbano. Il risultato è un sistema in cui la discarica è l’ultima scelta, non la prima.

Per la Toscana, il confronto è impietoso ma istruttivo. Con 2,1 milioni di tonnellate annue di rifiuti urbani, anche ipotizzando una differenziata stabilmente oltre il 65%, resterebbero circa 700-800 mila tonnellate di residuo da gestire. Senza capacità di trattamento termico, quella massa finisce inevitabilmente in discarica, violando i target al 2030 e, soprattutto, al 2035. La regione si trova nella stessa situazione in cui si trovavano i paesi oggi virtuosi vent’anni fa: il parco impianti va dimensionato sul fabbisogno reale, non su quello che si spera di ridurre con la sola prevenzione.

L’impianto che apre la strada

In questo scenario, un passo concreto è stato fatto. Un impianto di ossidazione termica, presentato nell’ambito dell’Avviso Pubblico Regionale, ha visto concludere recentemente la Conferenza dei Servizi per il rilascio dei titoli autorizzativi. Non è ancora un cantiere aperto, ma è il primo tassello di una filiera che la Toscana dovrà costruire in fretta se vuole evitare procedure d’infrazione europee e il collasso logistico delle discariche esistenti, molte delle quali vicine alla saturazione.

L’impianto, per quanto singolo, rappresenta l’innesco di un cambio di paradigma per i gestori toscani. Non si tratta di aggiungere un’opzione in più al portafoglio tecnologico: l’ossidazione termica è un passaggio necessario per restare dentro i limiti di legge. I numeri inchiodano la regione a una scelta che non è più rimandabile. Senza una rete di impianti termici adeguata, la Toscana rischia di dover esportare rifiuti a costi crescenti o, peggio, accumulare ritardi che si tradurranno in sanzioni. La strada imboccata dai paesi nordici dimostra che l’obiettivo non è irraggiungibile, ma richiede programmazione, investimenti e la capacità di guardare oltre la retorica del “tutto a freddo” che finora ha frenato le autorizzazioni.