L’impianto di Prato può trattare 33.000 tonnellate di rifiuti tessili all’anno, ma la raccolta differenziata toscana si ferma a 12.000
Un impianto capace di trattare fino a 33.000 tonnellate di rifiuti tessili all’anno, inaugurato in una regione che ne raccoglie in modo differenziato 11.000-12.000: non è un errore di progettazione, è il paradosso con cui il recupero tessile italiano deve fare i conti. Lo scorso 22 luglio è stato inaugurato a Prato il Textile Hub, realizzato con un investimento di 31,3 milioni di euro. L’impianto arriva in un territorio che produce circa 50.000 tonnellate di rifiuti tessili ogni anno ma ne intercetta, con la raccolta differenziata dedicata, solo una quota tra le 11.000 e le 12.000 tonnellate, secondo David Barontini. In Italia, intanto, circa l’80% dei rifiuti tessili continua a finire in discarica o negli inceneritori.
Il paradosso del pieno a metà
I numeri vanno letti in rapporto tra loro. La capacità nominale dell’hub è di 33.000 tonnellate all’anno; la raccolta differenziata regionale, anche prendendo il dato più alto, ne mette a disposizione circa 12.000. Se anche tutti i flussi differenziati toscani confluissero qui, l’impianto lavorerebbe a poco più di un terzo delle sue possibilità. Non è un problema di tecnologia: l’hub è stato descritto come una delle infrastrutture più avanzate realizzate in Italia per il recupero delle fibre tessili. A regime, circa il 60% dei materiali post consumo potrà essere destinato al riuso dopo le necessarie operazioni di sanificazione. Il nodo è più banalmente a monte: nella quantità di tessile post-consumo che riesce a essere raccolta prima di finire nel rifiuto indifferenziato.
La tradizione che spiega il primato
La capacità annunciata non nasce dal nulla. Il Distretto Tessile di Prato è uno dei poli produttivi più importanti in Europa per la filiera tessile e abbigliamento, nato dalla tradizione del recupero degli stracci. Oggi conta oltre 7.000 imprese attive e ha costruito la propria identità sulla rigenerazione dei materiali, con un patrimonio di competenze che lo rende un punto di riferimento internazionale per l’economia circolare applicata al tessile. Il Textile Hub nasce nel luogo in cui il recupero delle fibre rappresenta da oltre un secolo una competenza industriale, prima ancora che una scelta ambientale. Questa eredità, però, non basta a riempire i nastri: serve che le regole cambino a monte.
La partita europea e il nodo della raccolta
La domanda ora è: chi garantirà che il tessile post-consumo arrivi davvero all’hub? La risposta passa da Bruxelles. La strategia europea per il tessile introduce regimi obbligatori e armonizzati di responsabilità estesa del produttore per i tessili in tutti gli Stati membri, e prevede incentivi affinché i produttori progettino prodotti più sostenibili. Secondo il Parlamento europeo, i produttori che immettono tessili sul mercato UE dovranno sostenere i costi di raccolta, cernita e riciclo attraverso nuovi regimi di responsabilità estesa. Tali regimi dovranno essere istituiti in ciascuno Stato membro entro 30 mesi dall’entrata in vigore della direttiva. Per un impianto come quello di Prato, che non controlla direttamente la fase di raccolta, è il passaggio decisivo: la differenza tra viaggiare a pieno regime o restare sotto le 12.000 tonnellate dipenderà da come verrà costruito il sistema di responsabilità estesa a livello nazionale.
Nel frattempo la concorrenza non resta ferma. Secondo quanto riportato da Textile World, un altro impianto punta a una capacità di lavorazione di 70.000 tonnellate all’anno di policotone. È più del doppio della capacità nominale di Prato e si concentra su una frazione complessa come il tessuto misto. Non va letto come una sfida tra territori, ma come un segnale di contesto: la capacità industriale di recupero sta crescendo più rapidamente della capacità dei sistemi locali di raccogliere il materiale da lavorare.
Il successo del Textile Hub non si misurerà nelle tonnellate trattate oggi, ma nei punti percentuali di raccolta differenziata recuperati nei prossimi 30 mesi. Il numero da tenere d’occhio non è la capacità dell’impianto — 33.000 tonnellate — ma la quota di raccolta differenziata in Toscana. Se non salirà dalle attuali 11.000-12.000 tonnellate, l’infrastruttura resterà un gigante a metà regime.




