Il sisma del 31 luglio ha superato per magnitudo anche le scosse più forti della crisi del 1982-1984
Erano le 19:46 di una sera d’estate quando a Pozzuoli la terra ha tremato. Lo scorso 31 luglio, un terremoto di magnitudo durata 4,7 ± 0,3 è stato registrato a 2,6 chilometri di profondità, come ricostruito dall’analisi della rete accelerometrica urbana pubblicata dall’INGV nei giorni successivi. Il sisma ha causato decine di feriti e numerosi danneggiamenti, soprattutto a Pozzuoli, dove undici edifici sono stati evacuati e circa 800 persone hanno dovuto lasciare casa. Nelle ore successive la sequenza è proseguita con oltre 200 terremoti di minore energia, tra cui una scossa di magnitudo 3,8.
La sera in cui Pozzuoli è rimasta in strada
Il bilancio delle conseguenze si è composto poco dopo. Secondo la Protezione Civile, i 26 feriti registrati si dividono tra 21 persone assistite a Pozzuoli e 5 a Giugliano. Il Comune di Napoli ha segnalato un crollo parziale di un traliccio dell’alta tensione di competenza Terna nella zona di Agnano. Non è un bollettino, è la vita quotidiana che si interrompe: palazzi evacuati, famiglie fuori casa, infrastrutture da verificare.
Ma quanto è davvero eccezionale questa scossa? Per capirlo servono i numeri della crisi e il confronto con il passato.
I numeri di una crisi che dura da anni (e non è la prima)
Secondo i dati del Cnr, il terremoto di maggiore magnitudo strumentale registrato ai Campi Flegrei durante l’attuale crisi bradisismica è proprio quello del 31 luglio. Per trovare eventi paragonabili bisogna tornare alla crisi del 1982-1984, quando gli eventi più energetici del 4 ottobre 1983 e del 14 marzo 1984 raggiunsero entrambi Md 4,01: un valore inferiore al 4,7 di quest’estate. Già nel maggio 2026, nel Golfo di Pozzuoli, era stato registrato un terremoto di magnitudo 4,4, come documentato dalla pagina della Protezione Civile dedicata al bradisismo ai Campi Flegrei.
Eppure il quadro di allerta non è cambiato. Allo stato attuale, il livello di allerta dei Campi Flegrei è giallo, stabilito dal Dipartimento della Protezione Civile sulla base del monitoraggio e delle valutazioni della Commissione Grandi Rischi. A differenza del livello verde, che corrisponde all’attività ordinaria del vulcano, il giallo indica la variazione di alcuni parametri monitorati dall’INGV. L’area interessata è vasta: secondo la Regione Campania, i circa 500mila abitanti della zona rossa vivono in un territorio che comprende interamente Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, parte di Giugliano in Campania e Marano di Napoli, e diversi quartieri di Napoli come Soccavo, Pianura, Bagnoli, Fuorigrotta e porzioni di San Ferdinando, Posillipo, Chiaia, Arenella, Vomero, Chiaiano e Montecalvario.
Se il livello di allerta non cambia, su che cosa si può fare affidamento per ridurre il rischio reale nei prossimi mesi?
Due-tre secondi che possono cambiare le scelte
La risposta, in parte, esiste già. La piattaforma PSAVE è in grado di fornire, due-tre secondi dopo l’arrivo delle prime onde registrate dalla rete, una prima stima dell’intensità macrosismica attesa: in pratica, una valutazione degli effetti che un terremoto potrebbe produrre su popolazione, costruzioni e ambiente. Non ferma la scossa, ma restituisce in tempi brevissimi un’informazione utilizzabile per decidere. In prospettiva si inserisce il progetto SAFE-Flegrei dell’INGV, di prossima attivazione, che prevede il potenziamento della rete accelerometrica urbana flegrea con l’installazione di circa un centinaio di nuovi accelerometri in edifici strategici e rilevanti, tra cui scuole, edifici pubblici e strutture ad alta frequentazione.
Alla prossima scossa non conteranno solo i bollettini: conteranno i secondi guadagnati e le scelte già compiute. Familiarizzare oggi con i sistemi di preavviso e sapere quali sono gli edifici monitorati è l’unico margine concreto per chi vive o lavora nella zona rossa.




