Il tasso di conversione alle aste sale al 57,5%, ben sopra la media triennale di giugno

Il tasso di conversione che spiega la febbre

A giugno 2026 il Manheim Used Vehicle Value Index ha toccato quota 212,9, con un incremento del 2,1% su base annua e un marginale +0,1% rispetto a maggio. Il numero, da solo, non basterebbe a raccontare la temperatura reale del mercato. Il segnale più nitido arriva da un parametro che sfugge alle cronache generaliste: il tasso di conversione alle aste Manheim ha raggiunto il 57,5%, stando ai dati diffusi l’8 luglio nel report trimestrale MUVVI di Cox Automotive. Sono 2,6 punti percentuali sopra la media triennale per il mese di giugno — uno scarto che non appartiene al rumore di fondo, ma indica una domanda che sta tornando a mordere con intensità superiore alla norma stagionale.

Se il tasso di conversione misura la percentuale di veicoli effettivamente venduti rispetto a quelli messi all’asta, un 57,5% a giugno — mese che per sua natura vede la domanda allentarsi dopo la spinta primaverile — è un’anomalia da tenere d’occhio. E a trainare questa dinamica c’è un protagonista tecnico che fino a pochi mesi fa veniva guardato con scetticismo: i veicoli elettrici usati. L’indice EV all’interno del paniere Manheim è salito del 12% su base annua a giugno, mentre l’indice Non-EV si è fermato a un +1,7% tendenziale e a un risicato +0,2% mensile. Una forbice che non si chiudeva da tempo: l’usato a batteria sta recuperando valore a un ritmo sette volte superiore rispetto ai veicoli con motore a combustione, invertendo la traiettoria di svalutazione accelerata che aveva caratterizzato i modelli elettrici nei due anni precedenti. La previsione di Cox Automotive è che l’indice Manheim chiuda il 2026 con un incremento di circa il 2% rispetto ai livelli di fine 2025, un andamento che l’azienda definisce «coerente con le norme storiche di lungo periodo». Ma la vera domanda è un’altra: perché i valori stanno risalendo proprio adesso, dopo due anni consecutivi di discesa?

Dal picco del 2021 al rimbalzo: cosa insegna la curva Manheim

Per dare profondità al dato attuale bisogna riavvolgere il nastro. Alla fine del 2021 l’indice Manheim toccò il suo massimo storico a quota 257,7, secondo i dati pubblicati da Cox Automotive nell’analisi di lungo periodo dell’indice. Fu il culmine di una tempesta perfetta: catene di fornitura interrotte, semiconduttori introvabili, domanda drogata dagli stimoli pandemici. Da quel picco, i valori all’ingrosso sono scesi per due anni consecutivi, come certificato già a dicembre 2023 quando i dati Manheim indicavano un calo del 21% rispetto al massimo del 2021. Eppure, anche dopo quella discesa, a dicembre 2023 l’indice restava superiore di quasi il 33% rispetto a dicembre 2019 — il livello pre-pandemico. Due anni di calo non avevano fatto altro che riportare il mercato da un picco eccezionale a un plateau ancora storicamente elevato.

La vera rottura della tendenza ribassista è arrivata nei primi mesi del 2026. A marzo l’indice MUVVI è salito a 215,3, con un incremento del 6,2% su base annua, come riportato nel report del primo trimestre 2026 di Cox Automotive, toccando il punto più alto dall’estate del 2023. In tre mesi si è consumato un cambio di passo: dalla stabilizzazione dei primi mesi dell’anno a un rimbalzo che ha riportato l’indice sopra le medie mobili di medio periodo. Il driver strutturale, lo abbiamo visto, è la divergenza tra veicoli elettrici e termici. I primi stanno beneficiando di una domanda crescente sul mercato secondario, alimentata da una maggiore maturità tecnologica percepita, da batterie che mostrano curve di degrado meno ripide del temuto e da una rete di ricarica che, per quanto ancora lacunosa in alcune aree, ha raggiunto una densità sufficiente a rassicurare una fascia più ampia di acquirenti.

Ma c’è un secondo fattore, meno visibile ma altrettanto potente: la cronica scarsità di veicoli nella fascia di prezzo più accessibile. Ed è qui che il discorso si sposta dalle curve indicizzate alla realtà pratica di chi compra e vende ogni giorno.

Sotto i 15.000 dollari, un miraggio

A maggio 2026, i veicoli con un prezzo inferiore ai 15.000 dollari viaggiavano con appena 33 giorni di scorta, cioè 12 giorni in meno rispetto alla media di mercato ferma a 45 giorni, stando ai numeri pubblicati da Cox Automotive nell’analisi dell’inventario usato di maggio. In quella fascia, la più popolata dalla domanda reale, le concessionarie girano con un cuscinetto di disponibilità inferiore del 27% rispetto al mercato complessivo: un disequilibrio che si traduce in un potere negoziale spostato a favore di chi vende e in tempi di giacenza che si accorciano ulteriormente nei lotti più contendibili.

Non stupisce, a questo punto, che il prezzo medio di listino abbia seguito la stessa traiettoria: a maggio 2026 toccava i 26.918 dollari, con un aumento del 6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. L’effetto combinato è un mercato che si stringe dal basso e spinge i prezzi verso l’alto, con la domanda di usato economico che si scontra contro un’offerta sempre più risicata. Per i gestori di flotte e i concessionari, la finestra di acquisto sui veicoli sotto i 15.000 dollari si è ridotta a poco più di un mese di scorta media: un orizzonte che impone decisioni rapide e margini di errore sempre più sottili. La sfida per chi opera sul campo non è più leggere la tendenza — ormai chiara — ma adattare la propria programmazione degli acquisti a un mercato in cui l’elettrificazione spinge i valori verso l’alto e l’usato accessibile si restringe a una nicchia sempre più contesa. Chi continuerà a navigare a vista rischia di ritrovarsi a inseguire i prezzi in salita, anziché anticiparli.