La classificazione come specie vulnerabile non ferma l’export, ma a ottobre la pesca potrebbe essere vietata.

Nel 2025 le esportazioni brasiliane di tambaqui, dirette soprattutto negli Stati Uniti, hanno raggiunto i 961.000 dollari (837.992 euro al cambio), con un aumento del 48% rispetto all’anno precedente. Eppure, lo scorso aprile, secondo la ricostruzione di Mongabay, la stessa specie è stata classificata come vulnerabile, con una previsione di declino della popolazione del 43,4% su tre generazioni elaborata dall’ICMBio. Due numeri, due storie opposte: un pesce che vale quasi un milione di dollari sul mercato estero è appena entrato nell’elenco delle specie minacciate del Brasile.

La classificazione arriva dal sistema SALVE, gestito dall’ICMBio, l’agenzia brasiliana responsabile delle unità di conservazione. Lo scorso aprile il Ministero dell’Ambiente e del Cambiamento Climatico ha pubblicato l’ordinanza con cui il tambaqui (Colossoma macropomum) entra nella lista ufficiale della fauna ittica e degli invertebrati in pericolo, che ora comprende 490 specie. La contraddizione non è solo statistica: a fine ottobre la pesca del tambaqui potrebbe essere vietata in tutto il Brasile, se nel frattempo non sarà attuato un piano di recupero, come ha spiegato Braulio Dias, direttore per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità del ministero.

Il paradosso del tambaqui: vulnerabile ma sempre più esportato

I dati dell’export raccontano solo metà della storia. I 961.000 dollari del 2025 rappresentano un aumento del 48% rispetto all’anno precedente: cifre piccole in termini assoluti, ma con una traiettoria chiara. La domanda estera, soprattutto statunitense, sta aumentando mentre la specie viene formalmente riconosciuta come a rischio. In altre parole, il mercato non si è ancora accorto — o non ha ancora reagito — a ciò che la scienza e la regolazione brasiliana hanno già registrato.

L’inclusione nella lista non ha effetti immediati sulla commercializzazione, ma cambia il quadro regolatorio. Nei mesi scorsi anche il pesce balestra (Balistes capriscus) è stato inserito nell’elenco come specie minacciata, provocando reazioni da parte dei pescatori artigianali e dell’industria ittica. Il segnale è chiaro: ogni nuova voce nella lista apre una discussione su chi potrà continuare a pescare, quanto e in quali condizioni.

Ma questa tensione non è nuova. Il settore della pesca industriale ha già dimostrato di saper reagire rapidamente quando entrano in gioco le protezioni.

Cosa insegna la reazione del settore

La contraddizione del tambaqui non nasce dal nulla. Secondo l’analisi degli scienziati che curarono le liste rosse del 2014-2015, il settore della pesca industriale si mosse già allora con rapidità per ostacolare le protezioni delle specie acquatiche minacciate. La situazione si ripete: il settore ha agito con prontezza per mettere in discussione le protezioni per tutte le specie acquatiche minacciate, e l’inclusione del pesce balestra ha innescato reazioni da parte di pescatori artigianali e industria. La rapidità non è un dettaglio: indica che gli interessi economici considerano ogni restrizione come una minaccia concreta, da contrastare prima che diventi permanente.

Il caso del tambaqui mostra l’asimmetria della reazione. Da un lato, la classificazione come vulnerabile arriva dopo un percorso scientifico; dall’altro, la risposta del settore è stata immediata. Se la storia si ripete, l’attuale piano di recupero potrebbe diventare l’ennesimo campo di battaglia tra conservazione e interessi economici, con il rischio che la discussione si sposti dai dati biologici alla negoziazione politica.

Novembre 2026: il numero da tenere d’occhio

Eppure, per la prima volta, esiste un percorso istituzionale. Il Plano Nacional de Recuperação do Tambaqui è in fase di elaborazione in modo partecipativo, con il coinvolgimento dei settori interessati, ed entrerà in vigore a novembre 2026. Il piano dovrà valutare le condizioni per l’uso sostenibile della specie e, se vi è fattibilità ambientale, stabilire misure e limiti che permettano la continuazione della pesca in forma regolamentata e compatibile con la conservazione.

La scadenza vera, però, è prima: il 31 ottobre. Se entro quella data il piano di recupero non sarà attuato, la pesca del tambaqui potrebbe essere vietata in tutto il Brasile, come ha chiarito Braulio Dias del ministero dell’Ambiente. Il calendario è stretto: poco più di un mese per evitare che la classificazione si trasformi in divieto generalizzato. Riuscirà il piano partecipativo a evitare lo stop, o la fine di ottobre segnerà una battuta d’arresto per la pesca in tutto il Paese?

Il prossimo obiettivo non è la lista, ma il calendario: fine ottobre per il possibile divieto, novembre per l’entrata in vigore del piano, e i dati dell’export 2026 per capire chi avrà vinto.