Per il terzo anno consecutivo la spesa pubblica italiana per le attività dannose per l’ambiente è scesa: nel 2025 la riduzione è stata di 1,3 miliardi di euro. A fotografare il quadro è il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli 2026, pubblicato lo scorso luglio e redatto ai sensi dell’articolo 68 della Legge 28 dicembre 2015, n. 221.
I numeri assoluti lo confermano: nel 2025 i sussidi ambientalmente dannosi (Sad) erogati in Italia hanno raggiunto 22.382,3 milioni di euro tra diretti e indiretti, in discesa rispetto ai 23.776,8 milioni del 2024. Ma l’altro indicatore racconta una storia diversa. La riforma del PNRR “Riduzione delle sovvenzioni dannose per l’ambiente” è ufficialmente tracciata come “In ritardo”: completamento al 32,5% contro il 100% pianificato.
Due curve, due velocità. Il catalogo segnala una discesa reale; lo strumento che dovrebbe renderla strutturale procede a circa un terzo del previsto. È il paradosso da cui conviene partire.
Una discesa vera, una riforma ferma
Il catalogo è un censimento annuale che dal 2015 la legge affida al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, oggi Mase, per distinguere le misure che danneggiano l’ambiente da quelle che lo favoriscono. Il nuovo ciclo di programmazione agricola si muove dentro questo quadro: il Regolamento (UE) 2021/2115 ha abrogato i precedenti regolamenti 1305/2013 e 1307/2013 per il ciclo Pac 2023-2027. Dentro il documento convivono voci molto diverse. Il sostegno di base al reddito per la sostenibilità, classificato come sussidio ambientalmente favorevole (Saf), ha avuto un effetto finanziario di 1.678,0 milioni nel 2025; il fondo per attività di raccolta di legname è registrato come sussidio ambientalmente dannoso (Sad) per 0,5 milioni; il credito d’imposta per investimenti nella ZES Unica per il Mezzogiorno, nel settore agricolo e della pesca, pesa 18,1 milioni.
La lettura d’insieme dice che per il terzo anno consecutivo la spesa dannosa scende. È un trend, non un rimbalzo isolato. Ma il termometro istituzionale è un altro: la riforma PNRR che dovrebbe accompagnare il phase-out. E qui il divario è netto: a fronte di un piano che prevedeva il 100% di completamento, la misura risulta al 32,5%, con la classificazione “In ritardo”. In parole povere: i miliardi dannosi calano, ma lo strumento pensato per consolidare la discesa è indietro di due terzi rispetto al percorso.
Il precedente che pesa: il 2022 e l’occasione persa a livello globale
Per capire perché il solo calo non basta, serve guardare al 2022. Finora l’unica abrogazione strutturale in Italia risale a quell’anno: il processo di riforma avviato dal Comitato interministeriale per la transizione ecologica (Cite) ha portato all’eliminazione di cinque sussidi alle fonti fossili, individuati dal Catalogo per il Piano nazionale Energia e Clima 2019, sancita con l’articolo 18 del Decreto-Legge 27 gennaio 2022, n. 4. L’effetto finanziario dannoso evitato è di 105,9 milioni di euro all’anno. Ed è stata, come ricorda lo stesso ministero, la prima misura sul tema in Italia.
Il contesto internazionale non aiuta. Già nel 2009 i leader del G20 si erano impegnati a eliminare gradualmente i sussidi inefficienti ai combustibili fossili; nel 2016 il G7 aveva fissato una scadenza ferma, il 2025. Il risultato è che nel 2023 i paesi del G20 hanno speso 665 miliardi di dollari in sussidi ai combustibili fossili, il secondo importo più alto mai registrato. La scadenza del 2025 è arrivata, l’impegno no.
Il 2030 e il 32,5%: che cosa guardare nei prossimi mesi
Se il passato recente non ha mantenuto le promesse, resta da chiedersi quale traiettoria attende l’Italia. Il PNIEC richiama un obiettivo preciso: contribuire all’eliminazione graduale delle sovvenzioni energetiche inefficienti entro il 2030. È il quadro dentro cui va letto ogni singolo dato del catalogo, secondo la relazione alle Camere sui sussidi Sad e Saf.
Il valore assoluto dei sussidi continuerà a essere importante, ma nei prossimi mesi il numero da monitorare è un altro: quel 32,5% di completamento della riforma PNRR. Se l’avanzamento non accelera, il calo degli ultimi tre anni rischia di restare un movimento fragile, legato più a singole voci di bilancio che a un cambiamento strutturale. Il 32,5% è il termometro: se non sale, il 2030 resta un miraggio.




