Succo di patata in acidi grassi biobased: progetto europeo riconverte una bioraffineria.

Quando leggiamo “acidi grassi” su un detergente o in una formula industriale, quasi mai sappiamo se arrivano dal petrolio, dall’olio di palma o da altro. Eppure ognuno di noi li incontra ogni giorno, senza poter scegliere. A fine luglio, in un post del progetto PACE si leggeva una definizione che aiuta a mettere ordine: i prodotti chimici di origine biologica sono prodotti usando materiale biologico come materia prima e possono offrire alternative ai prodotti chimici derivati da risorse fossili o da altre risorse convenzionali, sostenendo filiere industriali circolari e sostenibili.

Detto così sembra roba da addetti ai lavori. In realtà la domanda è molto concreta: cosa c’è dentro ai prodotti che compriamo? E se vi dicessimo che una parte della risposta è già dentro una patata?

Da dove vengono gli acidi grassi?

I prodotti chimici di origine biologica non sono una categoria astratta: nascono da materiale biologico trasformato al posto del petrolio o di altre risorse convenzionali. Il punto, per chi li incontra ogni giorno senza saperlo, è che potrebbero rappresentare un’alternativa concreta lungo filiere che riusano scarti invece di estrarre nuove materie prime. Il progetto europeo PACE parte proprio da qui, da uno scarto che oggi ha poco valore.

La bioraffineria che non parte da zero

Il progetto PACE non costruisce un nuovo impianto: riconverte parte di una bioraffineria esistente di Royal Avebe, dove oggi il succo di patata finisce come fertilizzante a basso valore e mangime per animali. Già a maggio 2026, l’annuncio di ChainCraft spiegava che PACE dimostrerà una bioraffineria pionieristica, prima nel suo genere, riconvertendo parte dell’impianto produttivo esistente. L’obiettivo è convertire i flussi laterali di succo di patata in acidi grassi a catena media biobased, destinati all’industria chimica, tramite fermentazione avanzata e allungamento microbico della catena.

Secondo la scheda del progetto su CORDIS, PACE punta a dimostrare su scala reale una bioraffineria riconvertita per valorizzare una materia prima organica di seconda generazione in acidi grassi a catena media, cioè molecole con lunghezze da 4 a 8 atomi di carbonio. In pratica, il succo che oggi viene trattato come sottoprodotto a basso valore può diventare materia prima per sostanze chimiche ad alto valore aggiunto, senza costruire un impianto da zero.

I numeri aiutano a capire la portata. Secondo quanto riportato da World Bio Market Insights, il progetto punta a produrre fino a 20.000 tonnellate di acidi grassi purificati all’anno da circa 300.000 tonnellate di succo di patate: rispetto alle alternative convenzionali a base fossile e all’olio di palma, le emissioni di gas serra dovrebbero calare dal 50 all’80 per cento. La scheda CORDIS aggiunge che PACE raggiungerà il livello di maturità tecnologica TRL8 entro la fine del progetto, con una produzione di 20 kt/anno di MCFA purificati da 300 kt/anno di succo. Il retrofit dell’impianto esistente, rispetto a una costruzione greenfield, consentirebbe un risparmio del 15% sul CAPEX e una riduzione dei costi di trasporto delle materie prime di almeno 500.000 euro all’anno.

Chi altro ci è già arrivato

Accanto alla promessa PACE, c’è già chi produce acidi organici 100% biobased tramite fermentazione di biomassa. La pagina prodotti di AFYREN indica che l’azienda raggiunge una purezza superiore al 99% per alcune applicazioni. Non stiamo parlando di un’ipotesi di laboratorio: sono prodotti già sul mercato, ottenuti da biomassa e pensati per applicazioni che oggi usano sostanze fossili.

La vera domanda non è se esistano alternative biobased, ma quando la patata diventerà un’opzione concreta sul mercato. I numeri del progetto PACE ci sono, i concorrenti anche; quello che manca è vederla in etichetta.