L’ondata di calore “The Blob” uccise metà delle urie dell’Alaska tra il 2014 e il 2016

Quattro milioni di urie comuni morte in un unico evento. Metà della popolazione dell’Alaska spazzata via tra il 2014 e il 2016 da un’ondata di calore che i climatologi avrebbero poi ribattezzato «The Blob». Ora, la nuova ondata di calore marino ribolle al largo della California. Il tempo per riprendersi non c’è più.

La strage nascosta

Per capire cosa sta succedendo bisogna tornare al 2014, quando «The Blob» — una gigantesca bolla di acqua calda nel Pacifico settentrionale — cominciò a cuocere l’oceano per quasi due anni. Secondo uno studio pubblicato su Science nel dicembre 2024, quell’ondata uccise circa 4 milioni di urie comuni, metà dell’intera popolazione dell’Alaska. È il più grande singolo evento di mortalità animale di una specie selvatica mai registrato in epoca moderna.

Già allora, mentre le spiagge dell’Alaska si riempivano di carcasse, i numeri disponibili erano molto più bassi — e già allarmanti. La stima di un milione di uccelli marini morti, di cui circa un milione di sole urie comuni, circolava tra i biologi del National Park Service. Ma era un calcolo prudenziale: non tutte le carcasse arrivano a riva, molte affondano nell’oceano senza lasciare traccia. Il dato di 4 milioni, arrivato a distanza di quasi un decennio, ha reso definitiva quella che allora era solo un’ipotesi inquietante. E ha rivelato quanto fosse fragile la rassicurazione che si trattasse di un evento eccezionale.

Ma quella fu solo la prima avvisaglia.

Un oceano senza respiro

Dieci anni dopo, il Pacifico è di nuovo in fiamme. Dall’estate 2025, l’ondata di calore marino costiero domina le acque al largo della West Coast. Secondo i dati della NOAA, si tratta solo del terzo evento di questa magnitudo mai registrato lungo la costa occidentale degli Stati Uniti, e va avanti da mesi senza accennare a ritirarsi.

Il punto non è soltanto la gravità di questa singola ondata. È la frequenza con cui si ripresenta. Secondo le Nazioni Unite e l’IPCC, le ondate di calore marino sono circa raddoppiate in frequenza dagli anni Ottanta: durano più a lungo, sono più intense e si estendono su aree più vaste. Tammy Russell, oceanografa, lo ha spiegato senza giri di parole in un’intervista alla NPR: queste ondate non solo capitano più spesso, ma sono più lunghe e più severe — e questo non lascia agli uccelli marini il tempo di riprendersi tra un evento e l’altro.

Il meccanismo è semplice e spietato. Le acque più calde alterano la distribuzione dei banchi di pesce azzurro di cui le urie si nutrono. Il cibo scarseggia o migra fuori portata. Gli adulti faticano a nutrirsi, abbandonano i nidi, i pulcini muoiono di fame. Le colonie crollano. Poi arriva l’ondata successiva. E la popolazione — già dimezzata, già fragile — non ha avuto nemmeno una generazione per ricostituirsi. Le urie comuni sono uccelli longevi che depongono un solo uovo all’anno: una colonia decimata ha bisogno di anni, se non di decenni, per tornare ai numeri precedenti. Se gli shock si succedono a distanza ravvicinata, il recupero semplicemente non avviene mai. Si entra in una spirale in cui ogni colpo è più devastante del precedente, non perché sia oggettivamente più forte, ma perché trova una popolazione già ridotta all’osso.

E mentre il mare si riscalda, la natura trattiene il fiato.

Cosa succede ora?

Con El Niño che dovrebbe protrarsi fino al 2027, secondo le previsioni attuali, la finestra per una qualsiasi forma di resilienza si sta chiudendo. La durata prolungata dell’evento climatico rende del tutto incerta la portata del danno sulle popolazioni già stressate. Non è una questione di se ci sarà un impatto, ma di quanto sarà profondo.

E la domanda resta: quanto ancora potranno resistere?

La prossima volta che il mare restituirà carcasse, sapremo cosa ha perso.