L’Italia non ha ancora un quadro normativo per l’ibridazione delle centrali idroelettriche
Nel 2025 le imprese italiane hanno pagato l’elettricità il 24,1% in più della media dell’area euro. Nello stesso anno, sul mercato all’ingrosso, l’Italia ha registrato il prezzo più alto tra tutti i 27 Paesi UE. Non è un incidente di percorso: è la regola di un sistema che da decenni sceglie di compensare il costo dell’energia con ristori e sconti anziché aggredirne le cause. Tra febbraio e marzo 2026 il prezzo all’ingrosso è schizzato da 114 a 143 €/MWh in un solo mese. E la risposta politica, ancora una volta, si sta accendendo nella direzione sbagliata.
Il 21 luglio 2026 a Palazzo Chigi l’incontro tra Meloni, Salvini, Tajani e Lupi ha messo sul tavolo qualcosa di più interessante dei soliti decreti bollette: circa 14 miliardi di euro di flessibilità europea che l’Italia può usare senza infrangere il Patto di stabilità. La deroga è vincolata a investimenti in sicurezza energetica e transizione, con un’esclusione netta — niente sostegno generalizzato ai consumi né ai combustibili fossili.
E qui comincia il cortocircuito.
I soldi ci sono, ma il riflesso condizionato è un altro
La deroga al Patto di stabilità è chirurgica: finanzia rafforzamento delle reti elettriche, sistemi di accumulo, efficienza energetica, capacità produttiva di tecnologie pulite e incentivi per batterie, fotovoltaico e veicoli elettrici. La lista degli investimenti ammissibili è scritta con un livello di dettaglio che non lascia spazio a interpretazioni estensive. Eppure il dibattito politico italiano continua a orbitare attorno ai ristori in bolletta — come se la flessibilità fosse un tesoretto da redistribuire e non un vincolo di scopo.
La Cisl ha già preso posizione, promuovendo l’uso dei 14 miliardi di flessibilità per interventi strutturali. Il sindacato conosce bene i numeri: nel 2025 le famiglie italiane hanno pagato l’elettricità il 13% in più della media euro. Non è una questione di ceto, è una questione di competitività-paese che si sgretola bolletta dopo bolletta.
La soluzione già esiste, ed è ferma nei permessi
Mentre la politica si accapiglia sui bonus, un rapporto di Ember appena pubblicato mostra che l’Europa può aggiungere 25 GW di eolico e solare su centrali idroelettriche esistenti in sette Paesi — Austria, Bulgaria, Francia, Italia, Portogallo, Romania e Spagna — senza costruire un solo chilometro di nuove reti. L’intuizione è tanto semplice quanto trascurata: le centrali idroelettriche sono particolarmente adatte all’ibridazione perché gran parte della loro capacità di rete resta inutilizzata durante le ore diurne.
Basta installare pale eoliche o pannelli fotovoltaici nello stesso punto di connessione di una diga e si ottiene un effetto immediato: i progetti entrano in esercizio più in fretta, l’infrastruttura di rete raddoppia il proprio utilizzo medio e si resta dentro i limiti di esportazione già autorizzati. La sintesi di Elisabeth Cremona, analista Ember, è impietosa nella sua ovvietà: stiamo sprecando spazio di rete pagato e già disponibile.
E qui si apre il paradosso italiano. Tra i sette Paesi analizzati, solo Portogallo e Spagna hanno regole specifiche per i progetti ibridi. L’Italia, che pure ha una dorsale idroelettrica tra le più estese d’Europa, non ha un quadro regolatorio chiaro. Significa che un’azienda che volesse oggi ibridare una centrale idroelettrica con un campo fotovoltaico dovrebbe navigare nel nulla normativo, con tempi e costi di connessione che scoraggiano qualsiasi iniziativa.
Cosa succede ora a chi produce e a chi paga
Il contesto rende ancora più stridente l’ultima mossa della Commissione europea, che ha chiesto agli Stati membri di sospendere per tre anni le sanzioni previste dal regolamento sulle emissioni di metano per gli importatori di fonti fossili. Fino al 2029, chi compra petrolio, gas e carbone da fuori UE non sarà sanzionato per il metano rilasciato lungo la filiera. Un segnale che allunga la vita del fossile mentre si chiede agli Stati di investire nella transizione.
Il governo italiano ha davanti una scelta che non riguarda i prossimi sondaggi ma i prossimi dieci anni: usare i 14 miliardi per costruire capacità pulita dove la rete già passa, oppure continuare a tamponare con ristori che non cambiano di una virgola il differenziale di prezzo con l’Europa. I regolatori — da ARERA al GSE — hanno gli strumenti tecnici per scrivere in poche settimane le regole per l’ibridazione. La domanda è se qualcuno a Palazzo Chigi glielo chiederà, o se la riunione del 21 luglio resterà l’ennesima fotografia di un’occasione riconosciuta ma non afferrata.




