Centoventi chilometri quadrati: è la superficie complessiva delle spiagge italiane, meno del territorio del solo municipio di Ostia a Roma. Lo riporta Ispra, citato dal dossier Spiagge 2026 di Legambiente. Negli ultimi cinquant’anni, lungo i litorali italiani, ne sono spariti oltre 40 milioni di metri quadrati. Lo scorso gennaio, il ciclone Harry ha distrutto oltre 100 chilometri di costa solo in Sicilia. Il vero indicatore da monitorare non è più chi gestisce la spiaggia, ma se la spiaggia esiste ancora.

La sabbia che sparisce

Il dato di partenza è più piccolo di quanto si creda. Secondo Ispra, le spiagge occupano il 41% delle coste italiane: 3.400 chilometri su oltre 8.300. In proporzione, è una superficie modesta, ma è il luogo dove si concentrano turismo, economia e pressione urbana. La perdita storica, 40 milioni di metri quadrati in cinquant’anni, non si recupera con un singolo intervento: è un processo lento, quasi invisibile su base annua, ma che ridisegna la linea di costa.

Il ciclone Harry, tra il 19 e il 23 gennaio 2026, ha colpito la fascia ionica della Sicilia con onde record di 16 metri, raffiche fortissime, nubifragi e mareggiate; i danni stimati si avvicinano a 2 miliardi di euro. Non si è trattato di un evento isolato. Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, a maggio 2026 i comuni costieri italiani avevano già registrato 1.073 eventi meteo-idro dal 2010, con 937 casi nel solo periodo 2015-2026. La gran parte della pressione climatica si è concentrata negli ultimi undici anni.

La guerra delle concessioni e la natura che non aspetta

Se la sabbia sparisce, l’Italia discute d’altro. La direttiva Bolkestein impone di mettere a gara le concessioni pubbliche quando la risorsa è limitata, vietando i rinnovi automatici. Eppure, dal 2010 si contano circa dieci provvedimenti nazionali di proroga dei termini. La decisione dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (n. 17/2021) ha applicato la direttiva, bocciato il regime delle proroghe automatiche fino al 2033 e stabilito che le spiagge devono andare a gara. Da quel momento il quadro giuridico è chiaro, ma la traduzione amministrativa resta incerta.

Il paradosso è che il contenzioso sulle proroghe ha occupato per anni l’agenda politica mentre il bene conteso si riduceva. Intanto manca un piano nazionale di adattamento specifico per le coste. In Europa, Spagna e Inghilterra hanno da anni strategie ad hoc; il Belgio interviene contro le inondazioni. Esistono 20 piani che coprono la costa inglese, mentre Scozia e Galles hanno piani nazionali specifici. L’Italia, invece, continua a discutere di concessioni: chi le gestisce, per quanto, a quali condizioni. Ma il cortocircuito regolatorio lascia una domanda aperta: come si adatta un Paese che non sa nemmeno cosa succede su 225 chilometri di costa?

Il 6,7% che non vediamo

Da qui in avanti, il numero da guardare non è solo quello delle aste o delle concessioni. Nel 2025, secondo Legambiente, il 6,7% dei tratti di coste sabbiose, oltre 225 chilometri, non è rientrato nelle aree monitorate dal Portale Acque del Ministero della Salute. Significa che una parte del litorale sfugge al controllo sistematico, proprio mentre la pressione climatica aumenta.

E secondo Spiagge 2026, tra il 2010 e il 2026, 308 località costiere su 643, il 48% del totale, sono state colpite da eventi meteo estremi. Quasi una località su due. Il prossimo ciclone non aspetterà le sentenze: il dato da fissare in agenda è questo.