Lo studio si basa su oltre 22.000 impatti documentati in 172 paesi e ribalta le stime precedenti

La domanda parte da un gesto quotidiano: controlli una pianta sul balcone, leggi di un’infestazione, ti chiedi se quella zanzara in giardino c’entri qualcosa con la biodiversità. C’entra, eccome. Ed è qui che si apre un paradosso: i Paesi che subiscono i danni maggiori dalle specie invasive sono proprio quelli con meno dati e meno risorse per difendersi. Stando a uno studio pubblicato sulla rivista Science lo scorso luglio, nei paesi del Sud globale le specie invasive causano danni significativamente maggiori rispetto al Nord globale. Il lavoro si basa sul database GIDIAS, che comprende oltre 22.000 impatti documentati in 172 paesi.

Il numero che fa riflettere arriva dal professor Seebens: «Le specie invasive che causano danni sia nel Sud che nel Nord globale provocano il 50% di danni in più nei paesi del Sud globale». In pratica, la stessa pianta o lo stesso insetto che a una latitudine è poco più di un fastidio, in un paese del Sud può tradursi in perdita di raccolto, danno alle strutture, costo sanitario. Non è questione di specie più aggressive: è questione di esposizione e di fragilità dei territori colpiti.

Il Sud ha meno dati, ma subisce più danni

Cosa dicono davvero i numeri? Secondo le stime diffuse dall’IPBES, più di 37.000 specie aliene sono state introdotte dalle attività umane in regioni e biomi di tutto il mondo, e più di 3.500 di queste sono invasive dannose, capaci di minacciare seriamente la natura e la qualità della vita. Ma c’è un dettaglio che cambia la lettura: per anni le valutazioni globali si sono basate sul numero assoluto di specie segnalate.

Questo approccio ha un difetto strutturale. I calcoli precedenti, compresa la valutazione globale IPBES del 2019, erano distorti dai maggiori finanziamenti e dagli sforzi di ricerca concentrati nei paesi ricchi, come riporta la rivista scientifica Nature. Dove ci sono più fondi, ci sono più segnalazioni, più studi, più specie censite. Il risultato è che il Nord globale appariva come l’area più colpita, non perché lo fosse davvero, ma perché era l’area più osservata. Il Sud, con meno risorse per monitorare e documentare, restava in ombra proprio dove i danni erano più pesanti.

Ma se i danni sono maggiori al Sud, perché finora non ce ne siamo accorti? La risposta sta nel modo in cui misuriamo.

Misurare ciò che i finanziamenti non vedono

Per correggere questo pregiudizio, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo indicatore: la “gravità media dell’impatto”. Invece di contare quante specie invasive sono state segnalate in un paese, misura quanto è grave l’impatto medio delle specie presenti. Il team di Bacher ha utilizzato l’EICAT dell’IUCN insieme al database GIDIAS. L’EICAT è lo standard globale IUCN per misurare la severità degli impatti ambientali causati da animali, funghi e piante che vivono al di fuori del loro areale naturale. Con un’unità di misura corretta, il quadro si ribalta: il divario Nord-Sud non è una curiosità statistica, è un moltiplicatore di danni. E ora bisogna agire.

Prevenire è l’unico modo per non rincorrere

Con i numeri corretti in mano, le promesse globali assumono un altro peso. Il Target 6 del Quadro globale per la biodiversità punta a ridurre entro il 2030 i tassi di introduzione e insediamento delle specie aliene invasive di almeno il 50%, e a eradicarle o controllarle soprattutto nei siti prioritari, come le isole. Ma un obiettivo del genere non si raggiunge con altri studi finanziati al Nord.

Il professor Bacher lo dice senza giri di parole: la prevenzione è il modo più efficiente per evitare le conseguenze delle specie invasive, ma richiede strutture di gestione efficaci in ogni paese e un’intensa cooperazione internazionale, come sottolinea il professor Bacher nel comunicato dell’Università di Giessen. E aggiunge: «Se vogliamo superare la crisi globale della biodiversità, dobbiamo colmare il divario di gestione tra Nord e Sud e smettere di marginalizzare le regioni più colpite dalle specie invasive».

C’è già chi si muove. Lo scorso marzo, la National Biodiversity Authority indiana ha istituito un comitato di esperti sulle specie aliene invasive per mettere a punto una lista nazionale, dare priorità alle specie ad alto rischio e raccomandare strategie di prevenzione, controllo o eradicazione. È esattamente il tipo di struttura che manca in molti paesi del Sud: non un lusso scientifico, ma uno strumento per decidere dove intervenire prima.

La prossima volta che senti parlare di investimenti in biodiversità, guarda dove vanno i fondi. Il divario Nord-Sud è il vero moltiplicatore di danni, e la prevenzione costa molto meno dell’emergenza. La prossima invasione si previene adesso, non dopo che il danno è stato contato.