La norma statale sostituisce le ordinanze delle township e sposta l’onere sugli sviluppatori, ma senza obbligo di riciclo
Due mesi fa, il 21 luglio, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro ha firmato il Senate Bill 349, il disegno di legge bipartisan che stabilisce un quadro statale per la dismissione degli impianti solari a terra. A renderlo noto è stato l’annuncio pubblicato da CleanTechnica in quella stessa giornata. Il punto essenziale è uno solo: la legge garantisce che siano gli sviluppatori solari, e non i proprietari terrieri, a essere responsabili della gestione del processo di dismissione.
Il dato più sorprendente, però, non riguarda la firma in sé. Riguarda ciò che quella firma ha cancellato. Centinaia di township della Pennsylvania hanno passato anni ad adottare le proprie ordinanze sulla dismissione degli impianti solari; quelle disposizioni saranno invalidate dal nuovo standard statale. Non lo sapevi? Nemmeno molti consiglieri comunali lo hanno capito subito.
La firma che ha cancellato centinaia di regole
Secondo l’analisi legale pubblicata da MPL Law, l’Act fa prevalere lo standard statale sulle ordinanze e sui regolamenti locali che governano la dismissione del solare, creando un unico standard su tutto il territorio. In pratica, il potere delle township di imporre regole diverse viene meno: a contare è ora un quadro uniforme deciso a livello statale.
Il fenomeno non nasce dal nulla. Già nel 2025, una snapshot legislativa sulle azioni relative al decommissioning solare e alle garanzie finanziarie — 50 States of Solar Decommissioning: 2025 Snapshot — segnalava che il tema stava entrando nelle agende statali. La Pennsylvania arriva con una scelta precisa: togliere alle township il potere di imporre regole diverse e spostare l’onere sugli sviluppatori.
Chi paga, chi controlla, chi ricicla
Dietro la cancellazione delle ordinanze c’è un disegno preciso. Come spiega la nota dell’ufficio del senatore Gene Yaw, la proposta prevede un processo graduale di garanzie finanziarie con benchmark quinquennali: ingegneri professionisti terzi dovranno valutare il valore di mercato equo del progetto e i costi per smantellarlo. L’idea è che lo sviluppatore accantoni gradualmente le risorse necessarie, con verifiche periodiche, invece di trovarsi a fine vita dell’impianto senza coperture.
Chi paga, quindi, è chiaro: lo sviluppatore. Lo conferma anche l’analisi di PV Magazine USA: la dismissione è responsabilità dello sviluppatore, con il proprietario terriero come beneficiario. È una scelta che allinea la Pennsylvania ad altri Stati. Ma c’è un’assenza che spicca: la Pennsylvania omette un mandato di riciclo che alcuni altri Stati impongono. Se lo standard è così uniforme, perché l’obbligo di riciclare i pannelli non è stato incluso?
La Solar Energy Industries Association, associazione nazionale di categoria fondata nel 1974 e con 1.200 aziende membri, ha seguito la vicenda attraverso una dichiarazione del suo presidente e amministratore delegato, Tim Pawlenty. Il punto, per l’industria, è la prevedibilità di uno standard unico. Ma la prevedibilità non copre tutto: il riciclo resta fuori dal perimetro.
Il numero da tenere d’occhio
Le lacune non restano sulla carta: diventano contenziosi e costi al primo controllo. Il meccanismo della legge prevede verifiche ogni cinque anni. Il primo benchmark quinquennale dirà se le garanzie finanziarie accantonate coprono davvero i costi reali della dismissione. Se non lo faranno, la preemption statale — pensata per semplificare — potrebbe trasformarsi in un boomerang per gli stessi sviluppatori. Le garanzie quinquennali reggeranno alla prova dei costi reali? È questo il numero da monitorare.




