L’incarico all’istituto di studi sulla sostenibilità dell’Onu punta a coinvolgere le comunità locali nella rinascita del territorio colpito dal terremoto

Pensavate che un personaggio televisivo con la passione per i pesci non potesse diventare ricercatore? Succede anche in Giappone, e non è uno scherzo. Lo scorso 11 luglio l’Università delle Nazioni Unite ha nominato FISH BOY – Sakana-kun Visiting Research Fellow presso l’Istituto di Studi Avanzati sulla Sostenibilità (UNU-IAS). Sakana-kun — letteralmente “ragazzo pesce” — è un divulgatore celebre in Giappone, abituato a comparire in televisione con il suo buffo cappello a forma di cobia. E ora metterà la sua conoscenza della vita marina al servizio di un progetto concreto: la ricostruzione della penisola di Noto. Ma perché un istituto di ricerca delle Nazioni Unite dovrebbe affidarsi a un “ragazzo pesce”? La risposta è meno bizzarra di quanto sembri.

Non è solo un personaggio televisivo

L’apparente assurdità della notizia si dissolve appena si guarda al curriculum di Sakana-kun. Ospite fisso della tv giapponese, certo, ma anche collaboratore del governo di Tokyo, con cui già in passato ha lavorato per promuovere il consumo di pesce tra la popolazione. Non un semplice intrattenitore, insomma, ma qualcuno che sa tradurre la scienza in un linguaggio accessibile, capace di arrivare a bambini, famiglie e comunità locali. L’incarico all’UNU-IAS non è una medaglia onoraria: Sakana-kun contribuirà direttamente alle attività dell’Operating Unit Ishikawa / Kanazawa (OUIK), il ramo operativo dell’istituto nella prefettura di Ishikawa, focalizzato sulla ripresa sostenibile della penisola di Noto. Il suo compito sarà creare opportunità di apprendimento per bambini e giovani e far capire, attraverso i pesci e la vita d’acqua dolce, quanto siano intrecciate le sorti della natura e delle comunità. Fine della stranezza: qui si fa sul serio.

Cosa significa ricostruire con il mare

Per capirlo bisogna guardare a Noto, una penisola che si affaccia sul Mar del Giappone e che ha subito danni significativi a causa del terremoto di gennaio 2024 e delle successive, violente piogge. Case distrutte, infrastrutture interrotte, economia locale in ginocchio. Davanti a un disastro del genere la tentazione è sempre la stessa: colate di cemento, ricostruzione rapida, aiuti calati dall’alto. Invece, il percorso scelto dalle autorità locali e dall’Onu è diverso.

Il sindaco Izumiya, primo cittadino di una delle municipalità colpite, ha illustrato la sua visione per la ripresa puntando su tre pilastri: l’utilizzo delle risorse del satoyama e del satoumi — i paesaggi rurali e marini tipici del Giappone, modellati nei secoli dall’interazione tra uomo e natura —, uno sviluppo comunitario che incorpori gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e la formazione delle nuove generazioni. Dentro questa cornice, il mare non è solo una cartolina da ripristinare, ma un motore di conoscenza, lavoro e identità: pesca artigianale, ecosistemi costieri, allevamento sostenibile. E chi meglio di Sakana-kun può spiegare a un bambino che il pesce che mangia non nasce in un banco frigo, ma in una baia che va protetta? La logica è pratica: se vuoi ricostruire un territorio, devi prima di tutto ricostruire la relazione tra chi lo abita e le sue risorse. Questa visione di sviluppo locale non vale solo per una baia giapponese, ma interroga il nostro rapporto quotidiano con le risorse naturali.

Lezioni da un pesce per la vita di tutti i giorni

Ed è qui che entra in gioco il talento comunicativo del ricercatore col cappello a forma di pesce. Sakana-kun non è uno scienziato accademico: è un traduttore istintivo. Quando collaborava con il governo giapponese per incentivare il consumo di pesce, sapeva bene che non bastano le raccomandazioni nutrizionali — servono storie, curiosità, un linguaggio che faccia breccia anche in chi non ha mai visto un tonnetto striato intero. Lo stesso approccio varrà per le attività con OUIK: laboratori, incontri, materiali didattici che collegano la vita marina alla quotidianità delle comunità di Noto e, in prospettiva, a quella di chiunque compri pesce al supermercato.

Ora, è probabile che non abitiate in una penisola colpita da un terremoto. Ma la domanda che il progetto porta con sé è universale: da dove viene quel che mangiamo? Quanto sappiamo del percorso che un pesce fa prima di arrivare nel piatto? Non c’entra la morale ecologista d’accatto — è una questione di convenienza: un ecosistema marino sano garantisce pesce a costi accettabili anche domani, mentre la sua distruzione si traduce in filiere più corte e prezzi più alti. Informarsi sulla provenienza, scegliere specie locali e di stagione quando possibile, ridurre lo spreco: non sono gesti eroici, ma piccole accortezze che tutelano anche il portafoglio.

Il caso di Sakana-kun mostra che la conoscenza del territorio — nel suo senso più letterale — è un pezzo fondamentale della cassetta degli attrezzi per riparare i danni. La prossima volta che comprate un pesce, chiedetevi da dove viene e che storia porta con sé. Può sembrare una banalità, ma sono le domande piccole a spostare gli equilibri grandi.

La ricostruzione non è solo cemento: a volte passa dalla coda di un pesce e dalla curiosità di un bambino.