Bozze: tagli fino al 73% entro il 2050, ma servono 150 miliardi l’anno.
L’1% contro il 50%. Il tasso annuo di ristrutturazione energetica degli edifici nell’UE resta fermo all’1%, mentre quegli stessi edifici consumano più del 30% di tutta l’energia utilizzata in Europa e metà del gas naturale. Su questa base si misurano i Piani nazionali di ristrutturazione edilizia, di cui la Commissione ha pubblicato a luglio la prima valutazione delle sedici bozze presentate. I piani promettono riduzioni del consumo di energia primaria tra il 24% e il 73% entro il 2050. Ma il numero che, a due mesi dalla consegna finale di dicembre, misura la credibilità di queste promesse è un altro: il divario di investimenti di circa 150 miliardi di euro all’anno che Bruegel stima necessario fino al 2030 per raggiungere gli obiettivi di risparmio energetico della direttiva EPBD.
Il paradosso dell’1%: un parco immobiliare che non si muove
Il dato che raramente finisce in prima pagina è il tasso di rinnovamento. Il tasso annuo di ristrutturazione energetica rimane molto basso, all’1%. Significa che ogni anno solo una minima parte del patrimonio viene adeguata energeticamente. Il resto resta com’era: l’85% degli edifici nell’Unione è stato costruito prima del 2000, il 75% ha prestazioni energetiche scarse. È un’inerzia di fondo che la direttiva sulla prestazione energetica degli edifici prova a scalfire da anni, con risultati finora lontani da quelli attesi.
Il paradosso sta tutto qui. Gli stessi edifici che assorbono più di un terzo dell’energia europea e metà del gas naturale sono quelli che si trasformano più lentamente. Da questo punto di partenza vanno lette le promesse dei Piani nazionali di ristrutturazione edilizia: se il parco è così vecchio e lento, che cosa promettono davvero quei documenti?
Promesse fino al 73% e un buco da 150 miliardi
La risposta è nei numeri dei piani. Il rapporto, preparato dal Joint Research Centre e dalla Direzione generale per l’Energia, valuta le sedici bozze complete presentate entro giugno 2026 da quindici paesi membri e dalla Regione Vallone del Belgio: Austria, Bulgaria, Cipro, Germania, Danimarca, Spagna, Finlandia, Francia, Croazia, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Svezia, Slovenia e, appunto, la Regione Vallone. Le bozze sono state consegnate tra dicembre 2025 e maggio 2026. Una parte degli Stati membri non ha ancora presentato una bozza completa.
Gli obiettivi dichiarati sono ambiziosi. I piani prevedono una riduzione del consumo di energia primaria tra il 24% e il 73% entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Circa la metà punta a riduzioni delle emissioni di gas serra superiori al 90% entro il 2050. Sul fronte delle rinnovabili, molti piani mirano a coprire tra il 40% e il 90% del consumo energetico degli edifici entro il 2030. Sulla carta, un patrimonio vecchio e lento diventerebbe nell’arco di tre decenni il motore del risparmio energetico continentale.
Il problema è la distanza tra obiettivi e risorse. Come già ricordato, Bruegel stima che per raggiungere i target di risparmio energetico della direttiva EPBD serva colmare un divario di investimenti di circa 150 miliardi di euro all’anno fino al 2030. E un’analisi indipendente multi-organizzazione delle bozze dei piani ha rilevato ricorrenti debolezze nell’attuazione. In concreto, le percentuali al 2050 restano parole se non si traducono in meccanismi di spesa e di esecuzione credibili. È qui che si misura la distanza tra l’ambizione dichiarata e la capacità reale di realizzarla.
Dicembre 2026: la resa dei conti
I piani, secondo la Commissione, vanno raffinati prima della consegna finale di dicembre 2026. Tra meno di due mesi sapremo se quelle promesse restano slogan o diventano impegni. Le percentuali al 2050 si dichiarano, ma i finanziamenti vanno iscritti in bilancio. Riusciranno i governi a colmare il divario di 150 miliardi di euro all’anno che le stime indicano come necessario?
Nei prossimi mesi il numero da monitorare non è la percentuale di riduzione al 2050, ma se nei piani finali compariranno impegni concreti a coprire il gap di 150 miliardi di euro all’anno. Se non accadrà, l’1% di rinnovo annuo resterà il vero indicatore del futuro, qualsiasi cifra venga scritta nei documenti.




