Il progetto da 1,8 milioni di sterline punta a creare dieci ettari di prateria, ma l’espansione dei Falmouth Docks minaccia
Ogni anno, nelle acque del Regno Unito, più di 10.000 uccelli marini, 1.000 cetacei e centinaia di foche muoiono intrappolati nelle reti. Il dato, diffuso da Wildlife and Countryside Link e rilanciato dal Cornwall Wildlife Trust, fotografa un’ecatombe silenziosa che si consuma lontano dai riflettori. Ma la causa prima di questa strage non sta nella pesca in sé: sta nella cancellazione progressiva dell’habitat che quelle specie usano per nutrirsi, riprodursi e trovare riparo. Le praterie di posidonia, i cosiddetti “polmoni del mare”, sono dimezzate dagli anni Trenta. E mentre il declino accelera, qualcosa si muove per invertire la rotta.
Un’ecatombe sommersa
Il Regno Unito ha perso quasi la metà dei suoi prati di posidonia dagli anni ’30, secondo quanto riporta l’Ocean Conservation Trust. Non si tratta di un danno puramente botanico: la posidonia è un ecosistema che immagazzina carbonio fino a trentacinque volte più velocemente di una foresta tropicale, stabilizza i sedimenti, protegge le coste dall’erosione e funge da nursery per specie ittiche commerciali. La sua scomparsa si traduce in un effetto domino che risale l’intera catena alimentare marina fino ai grandi predatori. Le cifre della cattura accidentale – oltre 10.000 uccelli marini, 1.000 balene e delfini, centinaia di foche ogni anno – sono il sintomo terminale di un habitat che non regge più la pressione cumulativa di inquinamento, dragaggi e sviluppo costiero.
La Cornovaglia, con i suoi 700 chilometri di costa, è uno degli ultimi baluardi di ciò che resta. Ed è qui che si sta giocando la partita più ambiziosa mai tentata nel Paese per invertire la tendenza.
La contromossa verde
Nelle scorse settimane, il Cornwall Wildlife Trust ha avviato Mor Nature, il più grande progetto di ripristino delle praterie di posidonia mai realizzato nel Regno Unito. L’investimento ammonta a 1,8 milioni di sterline e l’obiettivo è creare 10 ettari di prateria, come confermato anche dalla BBC. Dieci ettari possono sembrare pochi, ma in termini di restauro marino rappresentano un’operazione senza precedenti per scala e metodologia: non si tratta di trapiantare qualche ciuffo, ma di ricostruire un’intera infrastruttura biologica sul fondale, ettaro dopo ettaro, con volontari che piantano germogli sottomarini e monitorano la crescita mese dopo mese.
Il progetto si inserisce in una cornice più ampia. Mor Nature contribuirà ai target governativi fissati per il 2043, che prevedono un incremento del 15% delle praterie di posidonia rispetto ai livelli del 2024. È una scadenza lontana diciassette anni, che impone un ritmo di ripristino costante e, soprattutto, la certezza che ogni ettaro guadagnato non venga vanificato altrove. La logica è quella del saldo netto positivo: non basta piantare, bisogna anche smettere di distruggere. Il Trust, del resto, non è nuovo a iniziative di largo respiro: ha già vinto un premio nazionale per il clima grazie al suo progetto di ripristino della foresta pluviale temperata, selezionato tra oltre 320 candidature, e sta portando avanti Tor to Shore, un corridoio ecologico che collega Helman Tor alla baia di St Austell integrando rewilding, agricoltura sostenibile e conservazione marina.
Eppure, mentre i volontari piantano germogli sottomarini, a pochi chilometri di distanza si prepara una battaglia legale che potrebbe affossare tutto.
Il nemico in banchina
Il conflitto è già esploso. Il Cornwall Wildlife Trust ha presentato un’obiezione formale contro il progetto da 150 milioni di sterline per la riqualificazione accelerata dei Falmouth Docks. L’espansione portuale, secondo il Trust, mette a rischio le stesse praterie di posidonia, i letti di maerl e i banchi di ostriche che Mor Nature punta a proteggere nella baia di Falmouth, in un’area che va da Swanpool a Pendennis Castle. La preoccupazione non è generica: il Trust ha sollevato dubbi specifici sull’adeguatezza dei test ambientali legati ai dragaggi, parlando apertamente di test insufficienti che sollevano seri interrogativi sul rischio di inquinamento da sedimenti.
La tempistica è tutto. Mentre da un lato si investono 1,8 milioni di sterline di fondi – presumibilmente pubblici e filantropici, con il National Lottery Heritage Fund e WWF tra gli enti coinvolti nell’ecosistema progettuale – dall’altro si accelera su un’opera infrastrutturale che potrebbe rilasciare nelle stesse acque tonnellate di sedimenti, soffocando i germogli appena piantati. Non è una questione di principio: è una questione di calcolo. Se il dragaggio procede senza le necessarie tutele, il saldo netto rischia di diventare negativo prima ancora che il progetto di ripristino raggiunga la piena maturità. Il risultato di questo scontro definirà non solo il futuro della baia di Falmouth, ma la credibilità stessa del target 2043 per le praterie di posidonia.
Il Trust non è solo in questa battaglia: anche i pescatori locali hanno espresso timori, consapevoli che la salute dei banchi di ostriche e delle praterie sottomarine è direttamente proporzionale alla produttività della pesca. Nei prossimi mesi, ogni ettaro guadagnato da Mor Nature rischia di essere cancellato da uno sviluppo sregolato. La vera partita si gioca sui permessi: basteranno 1,8 milioni di sterline a fermare una ruspa? La risposta non arriverà dai fondali, ma dalle carte bollate di un’autorizzazione ambientale.




