Bruxelles chiede i piani entro il 2026, ma solo dieci paesi li hanno pubblicati per la consultazione

La scadenza del 1° settembre 2026 è ormai alle spalle. Secondo il rapporto di Euractiv, meno della metà degli Stati membri ha rispettato il termine per la presentazione dei piani nazionali di ripristino. Il Portogallo, invece, non solo ha rispettato i tempi: entro la fine di agosto aveva già completato la consultazione pubblica del Piano nazionale di ripristino della natura, un documento da 407 misure, tre milioni di alberi all’anno e un investimento medio di 500 milioni di euro all’anno fino al 2030.

Il conto dei ritardatari

Al 31 agosto, solo dieci paesi — Svezia, Repubblica Ceca, Germania, Finlandia, Portogallo, Slovenia, Irlanda, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi — avevano pubblicato i propri piani per la consultazione pubblica. Tutti gli altri sono arrivati alla scadenza senza un documento presentabile. Non è una formalità: i piani nazionali sono lo strumento con cui ogni Stato spiega come intende raggiungere gli obiettivi comuni. Il regolamento europeo sul ripristino della natura, in vigore dal 18 agosto 2024, impone agli Stati di presentare i piani nazionali alla Commissione entro settembre 2026. Il Portogallo ha chiuso la consultazione e portato la versione finale alla fine di agosto, con alcuni giorni di margine sulla scadenza.

Il piano portoghese come specchio

Se la maggioranza arranca, il Portogallo corre. Il piano di Lisbona assume l’obiettivo europeo del 20 per cento di aree terrestri e marine da ripristinare entro il 2030 e lo traduce in 407 misure: aree terrestri e marine, superfici agricole e forestali, contesti urbani, fiumi e protezione degli impollinatori. Non si tratta solo di un elenco di buone intenzioni. A regime prevede la piantumazione di tre milioni di alberi all’anno e la creazione di una rete nazionale di vivai, compresi quelli comunali e privati. Il costo dichiarato è un investimento medio annuo di 500 milioni di euro fino al 2030.

La differenza con gli altri paesi non è solo nella puntualità. Il regolamento europeo chiede agli Stati di coprire almeno il 20 per cento delle aree terrestri e marine dell’Unione entro il 2030. Il Portogallo ha trasformato quello stesso obiettivo in un piano operativo dettagliato, con misure per ogni tipo di territorio. La versione finale è arrivata dopo un mese di consultazione pubblica, chiusa in tempo per la scadenza del 1° settembre.

Il 35 per cento che fa la differenza

Già a giugno la Commissione europea ha proposto di includere esplicitamente i piani nazionali di ripristino nel benchmark di spesa del 35 per cento per clima e ambiente del prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034, sia nei piani nazionali e regionali di partenariato sia nell’intero bilancio, come indicato in un documento della Commissione.

La conseguenza pratica è semplice. Se la proposta passerà, i piani nazionali di ripristino non saranno più soltanto un adempimento ambientale, ma una condizione per inquadrare la spesa climatica e ambientale nel bilancio comune. Chi ha già un piano definito — come il Portogallo — arriva ai negoziati sul prossimo quadro finanziario pluriennale con una posizione più solida. Chi è in ritardo rischia di dover inseguire il calendario, e di farlo proprio mentre si decide come distribuire i fondi europei.

Nei prossimi mesi la partita si sposterà dai ministeri dell’ambiente ai tavoli del bilancio. Il numero da tenere d’occhio non è più soltanto il 20 per cento delle aree da ripristinare, ma il 35 per cento del quadro finanziario pluriennale che potrebbe essere condizionato proprio a quei piani. Il Portogallo ha trasformato un obbligo normativo in una leva negoziale.