Le limitazioni locali crescono del 16%, ma nel 2026 solo due leggi statali restrittive.
Il muro invisibile: 459 contee e un +16% di restrizioni locali
Prima di guardare i parlamenti statali conviene guardare più in basso, ai consigli di contea e ai municipi. Già alla fine del 2024, secondo il Sabin Center della Columbia University, almeno 459 contee e municipalità in 44 stati avevano adottato severe restrizioni locali sull’ubicazione degli impianti rinnovabili. In un solo anno la diffusione di questi vincoli è cresciuta del 16%. Il World Resources Institute, citato nello stesso rapporto, conta almeno 450 contee in 44 stati con restrizioni severe, sempre con un aumento del 16% rispetto all’anno precedente.
È qui che chi paga la bolletta percepisce un blocco: la decisione su un impianto eolico o fotovoltaico si gioca spesso in una riunione di consiglio locale, non in un parlamento nazionale. E l’allarme non nasce dal nulla: il 2025 è stato definito da un’ondata di progetti di legge restrittivi sulla localizzazione degli impianti energetici. Il fatto che il numero cresca del 16% in un solo anno dice molto: la restrizione locale non è un fenomeno isolato o in esaurimento. Si allarga mentre l’attenzione pubblica si concentra sui parlamenti statali, e questo spiega perché il dibattito appare stonato rispetto ai dati del 2026.
La sorpresa del 2026: meno di 30 leggi approvate, solo 2 restrittive
La risposta arriva dal rapporto State of Siting. Nel 2026 i parlamenti statali hanno in gran parte allentato, non stretto. Secondo il Siting Solutions Project, States Newsroom riporta che meno di 30 dei disegni di legge monitorati sono stati emanati, e solo due sono stati classificati come politiche restrittive. In una sessione legislativa, significa che il rumore del 2025 non si è trasformato in legge: l’ondata restrittiva si è in gran parte fermata alle porte dei parlamenti.
La geografia del 2026 lo conferma. Il rapporto segnala che Virginia, Illinois, Oregon e Washington hanno approvato una legislazione permissiva sull’energia pulita, mentre lo Utah è stato l’unico stato ad approvare un disegno di legge restrittivo. In altre parole, il parlamento statale che frena è ormai l’eccezione, non la regola. Se vivi in uno dei quattro stati con norme più aperte, il quadro normativo è migliorato; se vivi nello Utah, il segnale è opposto. Ma in entrambi i casi la partita vera si gioca altrove.
Ed è qui che arriva l’ombra. Circa il 20% delle utility statunitensi ha fatto marcia indietro sugli impegni climatici, e molte stanno aggiungendo gas naturale o continuando a bruciare carbone, secondo il Sierra Club, Utility Dive riporta. Il dietrofront non arriva dalle leggi: arriva dai bilanci di chi ti manda la bolletta. Se la tua utility è tra quel 20%, il costo e il mix dell’energia possono cambiare comunque, indipendentemente da quanto sia permissiva la legge statale.
La vera partita non è dove pensi
Dopo aver visto che il livello statale non è il problema, l’attenzione si sposta sulle decisioni che toccano direttamente il cittadino. Da un lato ci sono comuni e contee: se un progetto rinnovabile viene fermato da un regolamento locale, nessuna legge statale permissiva basta a farlo partire. Dall’altro c’è la propria utility: se il fornitore di energia ha cambiato rotta sul clima, la bolletta cambia comunque, anche con una legislazione statale favorevole.
La prossima volta che leggi di rinnovabili in crisi, ricordati: la decisione che conta è quella del tuo consiglio comunale e del tuo fornitore di energia. Nel 2026 i parlamenti statali non sono più il collo di bottiglia. Il freno, se c’è, è più vicino a te.




